Il leader di ItaliaFutura lancia la sfida: “costruire un nuovo fronte liberale per l’appuntamento con le urne”

Luca Cordero di Montezemolo

La fondazione ItaliaFutura, guidata da Luca Cordero di Montezemolo, scende in campo per le prossime elezioni con un “manifesto”.

“Mentre il governo sta svolgendo il suo difficile compito, è già ora indispensabile in vista delle elezioni del 2013 aprire un cantiere per la costruzione di un fronte liberale e democratico intorno a pochi e chiari obiettivi” al fine di “rimettere il nostro Paese su un percorso di crescita e benessere” si legge sul sito.

Questo il testo completo del manifesto pubblicato dalla Fondazione “ItaliaFutura”, che fa riferimento Montezemolo:

“La crisi economica e finanziaria sta influendo sull’identità e l’agenda dei partiti politici in tutto l’Occidente. In Italia, per ora, questo processo riguarda soprattutto la sinistra. Nel campo opposto poco o nulla si muove, con il rischio che milioni di elettori si trovino senza un progetto credibile e una rappresentanza convincente in cui riconoscersi.

Ma soprattutto è la nazione che rischia di ritrovarsi priva di un’offerta politica che scommetta sul potenziale degli italiani e sulla liberazione delle loro energie creative, culturali e produttive, condannandosi a un futuro di difesa e rassegnazione e rinunciando alla partita globale della crescita e dello sviluppo.

Mentre il governo sta svolgendo il suo difficile compito, è già ora indispensabile in vista delle elezioni del 2013 aprire un cantiere per la costruzione di un fronte liberale e democratico intorno a pochi e chiari obiettivi che abbiano la finalità fondamentale di rimettere il nostro paese su un percorso di crescita e benessere.

***

Il Partito Democratico ha riscoperto il valore di una prospettiva socialdemocratica ortodossa, dopo più di due decenni di flirt incostante e non di rado infedele con la vocazione liberale. Questo ritorno al passato sembra non vedere quanto nel frattempo è accaduto nei sistemi di welfare occidentali e nelle esperienze che hanno visto la sinistra europea più innovatrice governare economie complesse e aperte al mercato.

È una svolta che si alimenta di sentimenti largamente diffusi nel nostro paese, dove il tradizionale pregiudizio verso il benessere come misura del merito individuale si salda con la paura del futuro e con la richiesta di protezione dalle incognite scatenate dalla crisi. Ma è anche un cambiamento di linea che radicalizza l’identità più tradizionale del centrosinistra italiano, placandone almeno per ora i tormenti interiori.

L’idea di fondo è la convinzione che l’Italia sia condannata un lungo periodo di bassa crescita, determinato dalla globalizzazione liberista e dagli eccessi del mercato. La difesa del sistema produttivo, dei posti di lavoro, dei diritti acquisiti, diventa allora prioritaria rispetto al gioco d’attacco fondato sul dinamismo del sistema economico che si ritiene non abbia più concrete possibilità di successo.

L’attenzione si è spostata dalla mobilità sociale alla giustizia sociale (con un forte accento redistributivo), dalla crescita alla difesa delle garanzie esistenti, dal pareggio di bilancio alla centralità della spesa pubblica, dalla diminuzione delle tasse su chi produce e lavora al ritorno del ruolo dello Stato in economia attraverso il potenziamento degli strumenti di politica industriale.

Passata troppo repentinamente dal comunismo al liberalismo, la sinistra italiana sta riscoprendo, con qualche decennio di ritardo un’adolescenza socialdemocratica mai vissuta. E se François Hollande vincerà in Francia questo processo subirà un’accelerazione e una radicalizzazione notevole. La “nuova-vecchia” sinistra avrà un’identità più marcata che renderà difficile la coesistenza dei due schieramenti in esecutivi costituenti o istituzionali da formarsi dopo le prossime elezioni.

***

Il campo della politica italiana tornerà quindi a dividersi, e forse ancor più nettamente di quanto accaduto nell’ultima stagione politica. Non più sui temi della legalità e della giustizia ma, com’è giusto che sia, sulle diverse visioni dell’economia e della società italiane e sulle proposte che ne derivano.

Nel frattempo l’orizzonte di PdL, Terzo polo e Lega è limitato alla tattica politica e alle quotidiane dichiarazioni utili a marcare un territorio sempre più ristretto. Piuttosto che costruire un’agenda per il paese sulla quale cercare il consenso dell’elettorato che non si riconosce nei valori e nelle idee di una sinistra tornata al passato, si cerca di evitare l’implosione o si rincorrono fumosi progetti di ricostituzione di partiti ormai scomparsi da decenni.

***

Eppure il ritiro di Berlusconi, che libera il centrodestra dalla necessità di difendere le mille anomalie della sua leadership (ma che allo stesso tempo lo rende orfano di una leadership carismatica) e la rinuncia del centrosinistra a competere nel campo delle politiche di liberalizzazione e crescita, apre nuovamente il mercato politico italiano e fornisce enormi possibilità per ricomporre un ampio fronte politico e culturale intorno a un progetto per il paese capace di dare rappresentanza a milioni di cittadini che non credono che la risposta ai problemi dell’Italia si trovi riesumando ricette vecchie e usurate.

In quale agenda potrebbero riconoscersi queste forze? Il punto di partenza deve essere necessariamente quello di un’idea chiara sull’evoluzione dello scenario internazionale. Manca in Italia una forza politica che abbia il coraggio di interpretare, e rivendicare, la globalizzazione per quello che in effetti è: un grande progetto di espansione dei valori e delle economie dell’Occidente, con effetti benefici sul resto del mondo. Un processo che oltre ad aver liberato centinaia di milioni di persone dal ricatto della povertà stimola la costruzione di società aperte, promuove l’innovazione e aumenta l’interdipendenza dei sistemi politici ed economici.

Un percorso lungo e complesso, pieno di rischi (ambientali e geopolitici), spesso non adeguatamente governato (come nel caso della finanza); ma comunque un tornante della storia, alla fine del quale può aprirsi una nuova stagione di crescita e prosperità. Ma soprattutto un investimento che dopo anni di sacrifici comincia a pagare, se guardiamo ai risultati delle aziende che esportano e che può vedere l’Italia in prima fila tra i paesi che possono ricavare maggior beneficio dal passaggio delle economie dei paesi emergenti dalla produzione al consumo.

Questa prospettiva di apertura alla globalizzazione e di scommessa sulle potenzialità italiane per la crescita, capace di dare concretezza a un orizzonte di benessere per gli italiani, è stata costantemente trascurata dal centrodestra, schiacciato tra i regionalismi leghisti e le pulsioni neo-stataliste e dirigiste di una parte del PdL. Il risultato è stato tra l’altro il fallimento del messaggio del 1994, che molti italiani avevano letto come l’annuncio di una stagione di liberazione delle energie e delle capacità migliori della nazione e che si è dissolto in un’azione di governo lunga ma incapace di trasformare l’Italia in chiave dinamica e liberale.

***

La costruzione di un nuovo fronte per la crescita implica mutamenti sostanziali nel ragionamento su fisco e benessere. Se la priorità diventa quella di cogliere le opportunità che nascono dall’integrazione delle economie internazionali è necessario riflettere sul fatto che il carico fiscale, non potendo essere, per il momento, diminuito in assoluto, deve essere orientato a beneficio della produzione. Il livello ormai insostenibile della tassazione sulle imprese, vicino al 68% in termini di Total Tax Rate, sta provocando la distruzione della nostra base produttiva. Per questo l’abbassamento della pressione fiscale sulle imprese è l’obiettivo prioritario su cui indirizzare le risorse disponibili.

Sostituire la battaglia per la diminuzione delle tasse su case, rendite e patrimoni con quella per un abbassamento delle tasse su chi produce e lavora è fondamentale per proporre una ricetta credibile per la crescita, guardando alla creazione della ricchezza piuttosto che alla conservazione del benessere accumulato (peraltro impossibile in un paese fermo). Occorre dunque sostituire la retorica dei ristoranti pieni con quella delle linee di montaggio attive, dei prodotti esportati, dei nuovi posti di lavoro creati, della qualità della scolarizzazione raggiunta, della quantità di cultura prodotta e consumata.

Questa impostazione investe in pieno il tema del welfare come motore di mobilità sociale ascendente, che deve avere come obiettivo prioritario l’inclusione delle donne e dei giovani, piuttosto che il mantenimento di una rete di protezione passiva, costosa e poco efficiente.

Mettere al centro la solidarietà, come priorità assoluta per la tenuta sociale del paese, significa valutare l’efficacia strutturale e di lungo periodo degli strumenti a disposizione del pubblico, che in molti casi (si pensi al ricorso eccessivo alla cassa integrazione straordinaria) assorbono risorse ingentissime che andrebbero destinate alla creazione di nuove opportunità, piuttosto che alla difesa, comunque limitata nel tempo, di posti di lavoro in aziende fallite o impianti chiusi. In questo quadro intervenire sulla mobilità in uscita è necessario per ricostruire quel contesto di certezze senza il quale nessun progetto di investimento e di crescita è possibile.

***

Occorre poi riproporre con forza la questione di un radicale ridimensionamento del perimetro di azione dello Stato, opponendosi all’idea che le soluzioni alla bassa crescita si possano trovare operando attraverso incentivi e agevolazioni che sono quasi sempre inefficienti e generano intermediazione politica e corruzione.

Uno slogan naturale del fronte per la crescita dovrebbe essere: “Un euro in meno di incentivi contro un euro in meno di tasse”. Mentre sul fronte delle dismissioni del patrimonio pubblico, su cui è inspiegabile il ritardo nell’iniziativa del Governo, occorre procedere rapidamente, centralizzando il processo e riducendo i trasferimenti agli enti locali che non dovessero dimostrarsi propensi a percorrere questa strada.

Occorre abbandonare definitivamente l’idea che uno Stato forte significhi uno Stato pervasivo e onnipresente. Dobbiamo concentrare tutte le risorse sui cardini che costituiscono la missione fondamentale dello Stato (giustizia, welfare, difesa, sicurezza, istruzione, cultura, infrastrutture), tornando a considerare i cittadini come azionisti dello Stato a cui occorre render conto dettagliatamente sull’utilizzo delle tasse pagate. Anche per questa ragione è indispensabile instituire per legge un vincolo di destinazione delle risorse reperite dalla lotta all’evasione per diminuire automaticamente il peso del fisco.

Questi provvedimenti, insieme ad una vera politica per la concorrenza che non si trinceri dietro le authority o la rivisitazione delle piante organiche, darebbero quella frustata all’economia da troppo tempo attesa.

Un programma di ispirazione liberale in forte discontinuità rispetto a quello proposto, e soprattutto realizzato, da tutti i governi della Seconda Repubblica. Un programma che abbia al centro la cultura nelle sue molte declinazioni: non solo come fondamentale motore di crescita ma soprattutto come chiave dell’idea stessa di nazione italiana. Un settore non più vissuto come un pericoloso contropotere in agguato, ma come il principale veicolo di modernizzazione dell’Italia.

***

Il secondo elemento fondante del programma di un possibile fronte della crescita è nel rafforzamento dei processi democratici e nell’attenzione alla questione del rinnovamento del rapporto tra politica e cittadini. Un tema che sta diventando centrale in tutte le democrazie occidentali e che in Italia è soffocato da discussioni vecchie, governate dai partiti a proprio uso e consumo.

Si deve invece partire dalla necessità di ridurre lo spread tra Stato e cittadini attraverso strumenti che coinvolgano gli elettori nelle decisioni e soprattutto nel controllo sulla trasparenza dei meccanismi di rappresentanza. Insieme all’obiettivo di aumentare l’efficienza nell’esercizio dell’azione di Governo e parlamento (lo snellimento delle procedure parlamentari, la fine del bicameralismo perfetto, i maggiori poteri al premier e la riduzione di deputati e senatori), va aumentata le possibilità di ricambio del sistema politico e potenziata la vigilanza sulle potenziali aree di conflitto d’interesse. Il referendum obbligatorio per ogni modifica alla legge elettorale e all’assetto istituzionale dello stato, l’introduzione del “recall” per richiamare i rappresentanti che non svolgono il proprio mandato, l’istituzione di un’authority sui conflitti di interesse e una stringente regolamentazione dei partiti e delle loro fonti di finanziamento sono solo alcuni degli istituti che dovrebbero essere inclusi nel progetto di riforma istituzionale. Per quanto riguarda la legge elettorale va invece tutelata l’alternanza, la scelta del proprio rappresentante e l’indicazione del premier.

Conquiste (forse le uniche) della seconda Repubblica, poi in larga parte perdute con il “Porcellum”, a cui gli italiani non possono rinunciare in nome della convenienza tattica dei partiti.

***

Liberalismo in economia e rafforzamento dei processi democratici hanno un fondamento comune: la fiducia nei cittadini, nella loro capacità d’azione e di giudizio, nella corrispondenza possibile tra l’esercizio delle loro prerogative individuali in una sfera più ampia di quella attualmente concessa da norme, regolamenti e burocrazia, e il progresso culturale e materiale della nazione.

Perché la fiducia nei cittadini è fiducia negli italiani come persone, ognuna dotata di un legittimo desiderio di benessere e di successo e ognuna in grado di contribuire agli enormi giacimenti di risorse civiche che rendono l’Italia un grande paese, anche in periodi difficili come quelli che stiamo vivendo.

Giacimenti alimentati da cittadini che hanno capacità di ogni genere, dal tempo alla conoscenza alle competenze professionali, dalle esperienze alle reti di relazioni, e che devono essere lasciati liberi di esprimere fino in fondo il proprio potenziale.

È dunque urgente attivare risorse e pensiero contro la visione penitenziale e declinista del nostro presente e del nostro futuro che si va affermando in un paese dove da troppo tempo la politica ha smesso di mobilitare le passioni e le idee. Contro il pregiudizio, altrettanto triste e cupo, che vuole il nostro paese sia forte dei propri vizi più che delle proprie virtù. Contro l’idea che compito della politica sia raddrizzare “il legno storto” degli italiani invece dello Stato con le sue mille anomalie.

Per ricostruire un rapporto di reciproco rispetto tra Stato e cittadini, che è la premessa necessaria per ritrovare il coraggio, è indispensabile smettere di subire le grandi correnti di cambiamento che attraversano il mondo e riportare l’Italia finalmente a giocare in attacco.

Questa è la sfida che attende le forze politiche e le associazioni della società civile che condividono l’idea che l’Italia non sia condannata solo a difendersi dalle incognite del futuro ma possa e debba valorizzare le proprie potenzialità tanto e più degli altri grandi paesi europei.

Per proporre un progetto vincente e credibile, quelle forze dovranno costruire, in un clima nuovo di reciproco rispetto e apertura, un messaggio e un programma convincente, capace di raccogliere consensi oltre gli steccati tradizionali degli schieramenti della seconda Repubblica e le nostalgie delle Prima”.

[youtube]http://www.youtube.com/watch?v=abmTtlD5Qg8[/youtube]

© Riproduzione Riservata

Commenti