La Sicilia dovrà decidere entro il 31 dicembre: se le conferma dovrà rinunciare alle risorse per la Regione

il rebus delle Province

La Sardegna deciderà con un referendum se mantenere o meno in piedi le province. La Sicilia dovrà deciderlo con una legge entro il 31 dicembre dell’anno in corso, ma se dovesse tenere in piedi le amministrazioni provinciali così come oggi sono, dovrebbe rinunciare a una parte delle risorse destinata alla Regione.

L’assessore all’Economia, Gaetano Armao, – si legge in un approfondimento di SiciliaInformazioni – ha avuto incontri a Roma con i rappresentanti del governo nazionale, e le cose stanno proprio così: o la Regione sfoltisce gli apparati e taglia i costi della politica oppure dovrà cuocersi con il suo brodo. Con Armao sfondavano porte aperte.

L’assessore si è fatto carico di una lotta agli sprechi che, in qualche caso, si trasforma in una battaglia contro i mulini a vento per via delle incrostazioni, per usare un eufemismo, che caratterizzano la condizione della Sicilia. Il governo regionale ha presentato un disegno di legge che condurrebbe la Sicilia allo Statuto speciale, finalmente, con un riassetto “virtuoso” di funzioni, competenze e prerogative nella pubblica amministrazione. Una piccola rivoluzione che passa attraverso la “rinuncia” da parte dei partiti agli apparati, ad una fetta di politici in servizio permanente effettivo.

Monti vuole dalla Sicilia ciò che l’Europa ha preteso dall’Italia: taglio della spesa pubblica, risparmi. È una filiera, non c’è che fare.

Cancellare le province in Sicilia è più dura che altrove perché questo è il regno del presidente dell’Unione Nazionale Province, Giuseppe Castiglione, il nemico numero uno della riforma. Ma anche all’interno della maggioranza di governo, addirittura in casa del presidente della Regione, Raffaele Lombardo, si sono manifestate perplessità, con Lino Leanza, ex assessore regionale e uomo di fiducia del governatore.

Ma Lombardo non sembra avare abbandonato l’idea della riforma. Ha solo spostato l’asticella più avanti, sperando di potere costruire attorno al “progetto” una maggioranza. Per intanto, ha fatto votare una legge all’Ars, che commissaria le due province di Ragusa e Caltanissetta, che sarebbero dovute andare al rinnovo in primavera. Ed è già un fatto, anche se non basta.

La questione non è solo siciliana, è nazionale, com’è noto. Ma a Roma la tempistica è inequivocabile: entro breve le amministrazioni provinciali non saranno più elettive e “dimagriranno”: elezioni di secondo grado, niente giunte, pochi consiglieri.

La popolazione politica subirà un deciso contenimento. Perché non è una questione di “cassa”, risorse che si spendono con le amministrazioni provinciale per mantenere gli apparati, ma di personale politico che nasce e cresce all’ombra della pubblica amministrazione.

Mario Giordano, una delle penne di punta del Giornale, ha dedicato la sua attenzione alla province. Nel suo libro, “Spudorati”, Giordano racconta sprechi ed abusi sui costi della politica, riservando una grande attenzione proprio alle province, per le quali si spendono 14 miliardi di euro l’anno.

Mantengono 4.520 amministratori e finanziano ogni cosa, dalle sagre agli studi sugli orsi. Spendaccioni ed inutili, sostiene Giordano, a conclusione della sua analisi. Giordano propone alcuni esempi: un milione e mezzo di euro spesi dalla Provincia di Monza per le sue sedi e le aziende dell’acqua; 22.800 euro spesi dalla provincia di Trento per organizzare sondaggi sulla soddisfazione dei pescatori; 123 milioni spesi dalla provincia di Napoli per iniziative “culturali” come “la cucina della mamma”.

Ci sono anche delle “chicche”: in sei mesi il consiglio provinciale della Brianza ha esaminato una sola delibera.

“Da oltre 40 anni”, osserva Mario Giordano”, si dice che non hanno senso, ma convengono a molti. Eppure non c’è paesello, rione, quartiere che non sogni di diventare capoluogo… Il motivo è semplice: non è vero che le Province non servono a niente. Macchè, le Province servono un sacco. A che cosa? A finanziare le sagre:

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