Il boss Giuseppe Graviano si nascose nella Perla nelle ore dell’attentato a Borsellino: “na spirugghiammu”

il boss Giuseppe Graviano

Oltre alle dichiarazioni di Gaspare Spatuzza, ci sono anche quelle di un recentissimo collaboratore di giustizia nella nuova inchiesta della Procura di Caltanissetta sulla strage di via D’Amelio.

Il nuovo collaboratore è Fabio Tranchina, che parla con i pm dall’aprile scorso, dopo essere stato arrestato. Le sue parole raccontano altri clamorosi particolari sull’attentato mortale a Paolo Borsellino, svelando che uno stragista si nascose a Taormina.

Conosciuto in Cosa nostra con il soprannome di «capello fermo», era inserito nella famiglia di Brancaccio e vanta parentele influenti nel “gotha” dell’organizzazione mafiosa, essendo cognato del capofamiglia Cesare Lupo.

Dal maggio del 1991 al gennaio del 1994, Tranchina ha svolto il ruolo di autista e persona di fiducia del boss di Brancaccio Giuseppe Graviano e ne ha anche curato la latitanza.

È venuto così a conoscenza di alcuni passaggi della fase preparatoria ed esecutiva della strage, e in particolare di momenti diversi da quelli di cui è stato protagonista Gaspare Spatuzza.

Ha dunque potuto fornire ai magistrati notizia su alcuni aspetti della strage di cui Spatuzza non era neppure al corrente. I due sono stati messi anche a confronto tra loro. In particolare, Tranchina ha riferito di due sopralluoghi effettuati in macchina con Giuseppe Graviano in via D’Amelio, nella prima settimana di luglio una e nella settimana precedente l’attentato l’altro.

Sono momenti che «coincidono perfettamente con le dichiarazioni dello Spatuzza in ordine ai due incontri col capomandamento di Brancaccio in cui questi dapprima si informò del furto e delle condizioni della vettura ed in cui poi gli ordinò la sottrazione delle targhe da apporre alla Fiat 126» usata come autobomba, sottolineano i Pm di Caltanissetta, e ribadiscono che le dichiarazioni di Spatuzza «appaiono compatibili e coerenti con la complessiva ricostruzione temporale operata».

Il coinvolgimento dei Graviano nella strage Borsellino viene considerato significativo dagli inquirenti, perchè proprio i capimafia di Brancaccio curarono la prosecuzione della strategia stragista, con le bombe di Roma, Milano e Firenze nel 1993. Tranchina ha anche ricordato una frase beffarda che Giuseppe Graviano gli disse sorridendo due o tre giorni dopo l’attentato di via D’Amelio: “Na spirugghiammu” (ce la siamo cavata bene, ndr).

Una «definitiva conferma» secondo la Procura del contributo da lui fornito, per conto del capomafia di Brancaccio, all’esecuzione della strage. Da questa consapevolezza Tranchina fu colpito, tanto che ai magistrtati ha detto: «Da allora non vivo più».

Qualche giorno prima dell’attentato, Giuseppe Graviano si allontanò da Palermo, in treno. Si spostò a Taormina e solo dopo l’eccidio rientrò nel capoluogo. Riuscì a giungere nella “vecchia” capitale del turismo siciliano, passando inosservato.

Il collaboratore ha fornito anche quelli che la Procura considera «significativi spiragli circa il soggetto che probabilmente azionò il telecomando in via D’Amelio» per innescare l’esplosione e anche sull’appostamento del commando di mafiosi che attese l’arrivo del giudice Borsellino e della scorta.

Giuseppe Graviano sta scontando l’ergastolo nel carcere di Opera a Milano. Ha ottenuto la revoca dell’isolamento diurno pur rimanendo sottoposto al regime carcerario del 41 bis. Il boss è in cella dal 27 gennaio del 1994 e l’isolamento gli è stato dato più volte durante la sua reclusione. “I magistrati – dice l’avvocato di Graviano – hanno applicato la norma che stabilisce un tetto massimo per il carcere duro. Cumulati i periodi di detenzione diurna trascorsi al 41 bis, si è arrivati al tetto di tre anni previsto dalla legge”.

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