La drammatica testimonianza di un 27enne costretto a fuggire con la famiglia: “dimenticato dalle istituzioni”

un'altra vittima del racket

Storie di uomini, storie di vita che non vorresti mai leggere. Mai sentire. Mai conoscere. Quanti volti, quanti sguardi incrociamo sul nostro cammino.

Ci interroghiamo sull’esistenza di chi per un attimo si avvicina, ci sorride, ci schiva. Quanti vissuti.

C’è chi nasconde ira, chi odio, felicità, estraneità. C’è chi ancora, semplicemente, si nasconde. Ma capisce che non è questa la strada da percorrere. E allora si dispera, fugge. Eccola servita, una via tanto semplice quanto codarda. Fuggire da chi? Chi ha il diritto di negare la libertà? E allora combatti.. denunci il sistema. Un sistema di nome usura.

Sicilia, 4 marzo 2012. Capitolo millesimo, finale da riscrivere. L’inizio lo ha già scritto lui, un giovane 27enne. Lancia un drammatico appello. Vuol far sentire la sua voce, la sua rabbia per una nuova minaccia, una nuova condanna. E’ allo stremo. Decide che tutti devono sapere.

Si arma di coraggio e scrive. Alle istituzioni? No, ci ha provato lo hanno messo in attesa, in “stand-by” con chissà quali machiavellici giochi d’astuzia. Non c’è tempo da perdere. Scrive una lettera accorata, lancia una richiesta di aiuto che si conclude drammaticamente: “Invierò questa lettera a tutti i giornali e se entro dieci giorni nessuno mi darà ascolto mi ucciderò”. Ha consegnato la sua vita alla stampa, all’informazione. Lo ha fatto per sentirsi più al sicuro.

Una storia complicata, un’esistenza travagliata segnata dal carcere quella del giovane siciliano. Aveva un sogno: aprire un’attività commerciale. Si è trasformato in un incubo: un prestito di 3 mila euro e tassi di interesse al 200%.

E’ il groviglio di una rete malvagiamente creata dalle mani degli usurai e della mafia. Lui, purtroppo ha ceduto al sistema; lui, purtroppo, ne è rimasto intrappolato. Si nasconde, vive nell’anonimato insieme alla compagna e una figlia, di due anni, in chissà quale città del Nord Italia. In fuga dalla Sicilia per vivere, in fuga dalla Sicilia perché condannato a morte. Tutto si complica quando un clan mafioso accusa il padre del 27enne di aver rubato nell’abitazione di un politico locale. Stanchi di subire angherie, sequestri e minacce decidono di combattere.

Denunciano il loro caso, lo denunciano alle forze dell’ordine. Fanno i nomi, una serie di uomini di “onore” che la nostra terra ha cercato di combattere: i loro carnefici, i loro aguzzini, mafiosi, strozzini.

Qui il tempo si ferma, le lancette arrestano la loro corsa. Un limbo. Dalla lotta all’omertà ad uscirne piegata è l’esistenza di questi due uomini, divenuta impossibile. Minacce sempre più insostenibili.

Una famiglia in pericolo. Decidono di abbandonare la loro terra: “Mio padre è scappato all’estero e io al Nord Italia senza neppure prendere un cambio dei vestiti, eravamo certi che ci avrebbero uccisi- racconta il giovane- ma da sei mesi a questa parte continuo a vivere nel terrore perché ricevo ancora minacce di morte al telefonino. Io e la mia famiglia siamo in pericolo di vita, questi mafiosi non mollano e continuano a darci la caccia anche fuori dalla Sicilia. Temo che primo o poi ci troveranno“.

Queste le parole di un uomo che voleva costruirsi un futuro. Questa la triste realtà siciliana. Rimane il suo drammatico appello e una richiesta di aiuto alle istituzioni, inascoltata. E’ dovuto scappare come l’ultimo dei ladri. E’ dovuto scappare perché senza adeguata protezione.

Quella protezione che la sua terra macchiata, segnata, minata dalla mafia doveva garantirgli. Doverosamente. Si affida alla carta stampata, emblema di un giornalismo etico nato da un bisogno di orientamento e guida, di un giornalismo-denuncia capace di sminuire il potere della criminalità, di un giornalismo-garante della giustizia e figlio della verità. Il giovane siciliano affida la sua vita alla stampa. Lui, non crede più nelle istituzioni.. E voi?

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