Dopo 27 anni, sentenza del Gup di Perugia: il medico, che sarebbe stato coinvolto nei delitti, non è stato ucciso  

il ritrovamento di Francesco Narducci

Non ci fu omicidio, né scambio di cadaveri, né connivenze, né tantomeno un’organizzazione degli uomini di Stato “amici” della famiglia, impegnati a nascondere una verità che invece, secondo il giudice, era già sotto gli occhi di tutti: Francesco Narducci, il medico perugino trovato morto nel 1985 dentro il lago Trasimeno e finito sotto inchiesta post mortem perché considerato uno dei mostri di Firenze, si è suicidato.

A porre fine alla lunga vicenda, con la sentenza di non luogo a procedere che risale allo scorso 20 aprile 2010 (anche se le motivazioni sono state depositate solo il 20 febbraio), è stato il giudice per le udienze preliminari (gup) Paolo Micheli.

In 934 pagine, ricche di particolari, ha spiegato nei dettagli tutte le motivazioni che l’hanno condotto a questa conclusione, smontando pezzo dopo pezzo il teorema accusatorio sostenuto dal sostituto Giuliano Mignini.

Primo fra tutti quello che voleva una presunta associazione per delinquere, gestita direttamente da Ugo Narducci, padre del gastroenterologo suicida, «perché il fatto non sussiste».

L’uomo – si legge su Lettera 43 – non si è macchiato di nessuna colpa, ha sentenziato il giudice, non ha creato nessuna associazione occulta per “coprire” i delitti del figlio perché Francesco, come sempre sostenuto dalla famiglia del gastroenterologo e dalla difesa, non è stato assassinato per vendetta ma si è tolto la vita a causa della forte depressione.

La collezione di reati prospettati dall’accusa nella sua richiesta di rinvio a giudizio, però, era assai ricca e comprendeva, oltre all’associazione per delinquere, quelli di falso, omissione di atti di ufficio e occultamento di cadavere.

Accuse pesanti, arrivate dopo anni di indagini, riesumazione di cadaveri, interminabili interrogatori e arresti eccellenti, per le quali il giudice ha disposto il definitivo proscioglimento. Per tutti. Non con una formula dubitativa, come forse in tanti si attendevano, ma «perché il fatto non costituisce reato».

Un brutto colpo per l’accusa e per il sostituto Mignini in particolare che, dopo il ribaltamento della sentenza per l’omicidio di Meredith Kercher da parte della Corte d’Appello, ha subito la seconda pesante sconfitta in un’inchiesta nella quale aveva creduto fino all’ultimo.
Micheli dal canto suo, ha guardato le carte e valutato le prove.

E le prove in suo possesso hanno escluso l’omicidio. Ma non ha disdegnato di spezzare una lancia in favore dell’accusa. L’ipotesi del suicidio si può formulare adesso «dopo consulenze, riesumazioni e migliaia di pagine di atti istruttori», ha spiegato, «ma certamente non era possibile esprimerla con certezza all’atto del rinvenimento del cadavere».

Insomma, le indagini del pubblico ministero, secondo il gup, erano un atto dovuto, «pur non essendo condivisibili le conseguenze» tratte dal sostituto.

Secondo Mignini, infatti, le irregolarità compiute in occasione del ritrovamento del cadavere erano tutte finalizzate a evitare che si ipotizzasse un omicidio (reato per il quale lo stesso magistrato ha aperto un fascicolo poi archiviato) collegato con le vicende del mostro di Firenze.

A distanza di 27 anni, dunque i familiari prosciolti da tutte le accuse. Il pomeriggio dell’8 ottobre 1985, il gastroenterologo perugino Narducci si trovava nel suo ateneo e, durante la lezione, avrebbe ricevuto una misteriosa telefonata che l’avrebbe sconvolto.

«È corso via senza nemmeno dire nulla», dissero allora alcuni testimoni. E poi, dopo aver consumato velocemente un pasto in casa con la moglie, Francesca Spagnoli, è andato con la sua moto nella casa di San Feliciano e poi è uscito in barca per una battuta di pesca. Dalla quale non ha fatto più ritorno.
Il corpo è stato restituito dalle acque del lago in località Arginone, di fronte all’approdo di Sant’Arcangelo di Magione, dopo parecchi giorni e successivamente è rimasto adagiato sul molo in attesa delle formalità di rito per molte ore.

Infine, dopo la visita di un medico legale, è stato portato nella villa della famiglia Narducci a San Feliciano. Fu proprio durante queste fasi, secondo il sostituto Mignini, che il cadavere dello sconosciuto venne scambiato con quello del vero Narducci per nascondere un omicidio.

Secondo l’accusa, infatti, Francesco Narducci sarebbe stato strangolato sull’Isola Polvese, perché coinvolto in qualche modo in una setta che avrebbe ordinato i delitti del ‘mostro di Firenze’ ai compagni di merende, ai quali avrebbe pagato le parti di corpo tagliate alle vittime, utilizzate per immonde cerimonie. Accuse che la famiglia e gli altri indagati hanno sempre negato. Ora, a distanza di 27 anni, è stata definitivamente scritta la parola fine.

Ma attenzione a un altro inquietante aspetto di questa vicenda. Alle ore 16 del 3 marzo 2011 è stato recuperato il corpo senza vita di Ugo Baiocco, pescatore di circa 75 anni, che la mattina del 13 ottobre 1985 vide e ripescò a sua volta proprio il corpo di Narducci, il medico perugino su cui per tanti anni si è indagato a proposito dei delitti del mostro di Firenze. Solo sinistre coincidenze?

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