Il gesto estremo di un tunisino a Genova è l’ennesimo dramma della povertà: ma che fine fanno le donazioni?  

dramma alla Stazione Brignole di Genova

Settantasei giorni hanno scandito l’avvento del 2012. Lo scoccare dell’orologio, le pagine del calendario rapidamente segnano il trascorrere del tempo. C’è chi spera in un anno migliore. C’è chi di speranze non ne ha più. E chiede aiuto, assistenza ma nessuno sembra sentirlo.

E’ solo un’ombra. Un’ombra come tante altre che popolano stazioni, portici, sottopassi. C’è chi si intenerisce alla loro vista. C’è chi non accetta le loro scelte di vita. C’è chi ancora li maltratta per trasgressione. Per disumano piacere.

Sono uomini anche loro. Sono loro, i clochard. L’esercito dei clochard. Chi ha diritto di giudicare le loro decisioni? Chi conosce le loro storie, i loro sacrifici, il loro arrangiarsi tra mille difficoltà? C’è chi è stato sfrattato. Chi ha perso il lavoro e non ha nessuno. Il vuoto intorno.

E’ la tragica storia di un tunisino 60enne. Stazione Brignole, Genova. E’ rannicchiato su di un cartone. Lancia un grido disperato d’aiuto. La città sembra dormire. E’ in preda all’angoscia che lo attanaglia. Nessuno si avvicina. Nessuno lo soccorre. Decide che è meglio farla finita. Si cosparge di benzina. Ormai non ha nulla da perdere. Il suo corpo prende fuoco, è una torcia umana. Il suo gesto è una provocazione.

Lo racconta agli agenti della Polfer, arrivati in soccorso. Si è dato fuoco per protestare contro la mancanza di aiuti, assistenza da parte delle istituzioni. Le ragioni di un atto simile non possono trovare giustificazioni. Perché lasciarsi morire? Perché non combattere per cambiare, per vivere inseguendo dei sogni? E’ stato portato all’ospedale San Martino in codice rosso.

Ha riportato gravi ustioni al viso che lo hanno sfigurato. Destino beffardo, forse è alla ricerca di una nuova identità. Questi casi di cronaca dovrebbero farci riflettere. Dove sono le istituzioni? La Santa Sede? Le donazioni forzate dell’otto per mille alla chiesa cattolica? Quanti interrogativi, purtroppo insoluti perché la realtà è un’altra. Scomoda. Fanno voto di povertà ma nascondono tesoretti e ville.

Il nostro è il paese della “predicazioni” purtroppo solo parole al vento, niente di concreto. Il mio pensiero non può non andare ad un’amica, un’insegnante. Lavora in una scuola elementare, dove tiene lezioni di sostegno ad un ragazzino che vive in comunità. Dieci anni. Un vissuto tragico.

Abiti stracciati, jeans al polpaccio usurati, riciclati. Scarpe bucate. Non un giubbotto. Liguria gennaio 2012, -7 gradi. Un’amica, un’insegnante, un’educatrice, semplicemente una donna che ha provveduto a restituirgli dignità comprando il necessario per affrontare il clima gelido. Il bimbo vive in comunità. Non ha mai indossato quegli abiti. Perché? Chi gestisce queste associazioni, dove finiscono i soldi, le donazioni dei contribuenti?

Sicuramente non nelle tasche dei bisognosi, non ci sono altre risposte. Quale destino attenderà lui e altri che vivono la sua stessa condizione senza aiuti né assistenza. Se non la strada, un cartone e una coperta come la tragica storia del senzatetto tunisino. Un filo li unisce. Casi umani. Storie di vita.

Il giornalismo è informazione, il giornalismo è missione, scuotere le coscienze. Rilancio la provocazione di Francesco Capaldo. Qui, Genova 25 febbraio 2012.

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