L’ex magistrato del pool di Milano: “non è cambiato nulla, corruzione continua. La svolta è ancora lontana”

Gherardo Colombo

Un’ammissione che inquieta ma che in fondo non sorprende affatto: da Tangentopoli ad oggi nulla è cambiato. Parola di Gherardo Colombo.

Fu lui che il procuratore Francesco Saverio Borrelli volle affiancare per primo ad Antonio Di Pietro, dopo l’arresto di Mario Chiesa, l’allora imperatore della Baggina. Quando Chiesa venne pescato con le mani nel sacco con sette milioni chiesti e ottenuti da un piccolo imprenditore, ‘Mani pulite’ era già iniziata anche se il suo effetto travolgente non poteva immaginarlo nessuno.

Ma – si legge in una intervista riportata da “La Nazione” – la storia professionale di Gherardo Colombo, compreso il capitolo della scoperta degli elenchi della P2, era una garanzia per tutti. E nel pool della procura che di lì a poco si sarebbe formato, Colombo rappresentò da subito l’anima riflessiva, ad equilibrare l’irruenza di Di Pietro e la prontezza giuridica di Piercamillo Davigo.

Colombo è stato poi il primo — sempre dopo Di Pietro — a lasciare la toga per cambiare mestiere. Ora è scrittore, presidente della Garzanti, divulgatore di ‘legalità’ e altro ancora. Ha scritto libri come Sulle regole, Educare alla legalità, Democrazia, l’ultimo Farla franca, la legge è uguale per tutti? Anche per questo, forse, i bilanci su Tangentopoli vent’anni dopo non lo entusiasmano.

Dottor Colombo, sull’esito delle indagini che a partire dal ’92 travolsero la Prima repubblica, le scuole di pensiero sono almeno due: l’inchiesta Mani pulite è stata fondamentale, oppure non è servita a nulla.

Lei con chi sta? “Forse con nessuna delle due. Però, intendiamoci, direi che Mani pulite non è servita a molto”.

In assoluto? “Beh, sotto il profilo giudiziario i risultati li hanno visti tutti…”.
E’ andata così così. “Poca roba”.

Ma quell’inchiesta scoperchiò un fenomeno sommerso, non c’è dubbio che in un modo o nell’altro rappresentò un punto di svolta. “Sotto il profilo dell’informazione, in effetti, emersero cose piuttosto interessanti”.
Massimo Dinoia, che fu avvocato di molti imprenditori di Tangentopoli, sostiene che le cose almeno in parte sono cambiate. Quel livello di corruzione — dice — oggi non c’è più. Che ne pensa?

“Naturalmente non faccio più il magistrato da cinque anni e dunque non ho più occasione di leggere le carte e i documenti. Perciò non saprei dirle con certezza, ma la mia impressione è che non sia cambiato molto”.

Forse perché nessuno ha mai voluto approvare delle leggi serie anti-corruzione?
“Il discorso è in primo luogo di cultura. Se non cambia la mentalità delle persone, è inevitabile che nessuno voti certe leggi”.

E’ per questo che lei scrive libri e va nelle scuole a parlare di legalità. E come presidente della Garzanti si sente utile?
“Beh, credo che attraverso i libri qualcosa si possa fare. E comunque non vado a parlare solo con i ragazzi, ma anche con gli adulti. In media 300 incontri all’anno con gli studenti, 100 serate con i grandi”.

Ci vorrà una generazione perché cominci a cambiare la cultura diffusa dell’illegalità?
“Spero non molti anni, ma qualche tempo ci vuole”.

Il governo Monti sembra voler insistere davvero sulla lotta all’evasione fiscale, per dirne una. Apprezza? “Penso che sia una buona cosa ripetere che le tasse bisogna pagarle…”.

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