Un “pioniere” della lotta al cancro e sul Dna. Nel 1999 presentò Sanremo insieme a Fabio Fazio e Laetitia Casta

Renato Dulbecco

Si è spento a 97 anni Renato Dulbecco, premio Nobel per la medicina nel 1975 per le scoperte sulle interazioni fra virus tumorali e il materiale genetico della cellula. La conferma giunge dal presidente del Cnr Luigi Nicolais.

Quasi un secolo di vita interamente dedicata alla scienza (era nato a Catanzaro il 22 febbraio 1914), e quasi tutta negli Stati Uniti, con una brillante e inaspettata parentesi, la conduzione del Festival di Sanremo nel 1999 con Fabio Fazio.

E’ stata una vita lunghissima e piena di successi quella di Renato Dulbecco, biologo, medico e genetista, premio Nobel per la medicina nel 1975. Una carriera iniziata 80 anni fa: nel 1930 Dulbecco si iscrisse alla facoltà di medicina dell’Università di Torino (benché amasse la fisica), e già dal secondo anno, grazie ai brillanti risultati ottenuti, fu ammesso come interno all’Istituto di Anatomia di Giuseppe Levi, personalità in vista nell’ambito medico e biologico.

Qui, dove si occupava prevalentemente di biologia, ebbe modo di conoscere Salvador Luria e Rita Levi Montalcini, che divenne un’ottima compagna di lavoro e con la quale instaurò una profonda amicizia che coltivò anche in seguito. Si laureò a soli 22 anni, nel 1936.

Decisivo fu l’incontro con Salvador Luria, che aveva già avuto modo di conoscere, essendo stato anch’egli studente a Torino e interno dell’istituto di Levi. Luria si occupava a quel tempo dei virus (biologia) che infettano i batteri (batteriofagi), e utilizzava come Dulbecco le radiazioni; data la comunanza di interessi, gli offrì la possibilità di lavorare nel suo laboratorio a Bloomington, nell’Indiana (USA), dove collaboravano già personalità di spicco della comunità scientifica.

Nell’autunno del 1947 si trasferì negli Stati Uniti, a Bloomington (Indiana). Nel 1949 Max Delbruck, padre della genetica moderna, gli offrì un posto di lavoro al California Institute of Technology di Pasadena, più noto come Caltech, uno dei più importanti laboratori scientifici del mondo. La grande occasione, quella che spianò la strada alle nuove frontiere della ricerca biologica, fu lo studio del virus responsabile dell’Herpes zoster, meglio noto come “fuoco di Sant’Antonio”.

Un’altra conquista, sopraggiunse poco tempo dopo, nel 1955, quando il futuro Nobel riuscì ad identificare un mutante del virus della poliomelite, malattia estremamente temuta, che fu utilizzato da Albert Sabin per preparare un vaccino.

L’interesse per i virus, si fece sempre più specifico, fin quando sfociò in uno studio del tutto nuovo, riguardante i virus che rendono le cellule cancerose, ovvero capaci di moltiplicarsi incessantemente. L’idea di fondo fu quella di studiare la genesi di un cancro, dovuto, come era già noto, ad un’alterazione genetica, all’interno di queste piccole entità biologiche costituite da pochi geni, a differenza delle cellule animali.

Finalmente nel 1968 sopraggiunsero i risultati tanto attesi: “Per indagare l’azione dei geni di questi virus pensai che bisognava prima di tutto capire che cosa ne accadesse all’interno delle cellule rese tumorali. Si supponeva che il virus entrasse nelle cellule, ne alterasse i geni e poi scomparisse, comportandosi come un pirata della strada che investe un pedone ferendolo e poi scappa abbandonando il luogo dell’incidente”.

L’elemento inedito fu l’individuazione di una sostanza, chiamata antigene T (tumorale), assente nelle cellule “sane” dell’organismo, ma presente sia in quelle infettate che in quelle uccise dal virus. Non se ne conosceva la natura ma era sufficiente per indurre a pensare che qualcosa del virus restasse nella cellula bersaglio; ciò a cui si mirò allora fu l’identificazione di tale sostanza. L’esito fu chiaro, si trattava di DNA virale che si unisce chimicamente a quello della cellula, diventando parte integrante del suo materiale genetico. La scoperta fu clamorosa perché a questo punto fu semplice dedurre che i geni virali definiti “oncogeni” attivassero quelli cellulari necessari alla moltiplicazione cellulare facendola proseguire incessantemente.

La scoperta gli fruttò il premio più ambito, il Nobel. Gli ultimi decenni sono dedicati al Progetto Genoma: l’obiettivo di identificare tutti i geni delle cellule umane e il loro ruolo, in modo da comprendere e combattere concretamente lo sviluppo del cancro. Infine, nel 1999, l’ultimo guizzo, con l’ironia e l’inteligenza tipica del grande scienziato: accetta di presentare Sanremo con Fabio Fazio e Laetitia Casta, diventando rapidamente, con il suo sorriso fanciullesco e l’inconfondibile parlata italo-americana un idolo dell’Ariston.

“Il mio pensiero è legato alla sua straordinaria opera a livello scientifico ma soprattutto alla sua forte personalità e all’amicizia che ha continuato a manifestare con l’Italia dove ha profuso energie con le sue collaborazioni”. Lo ha affermato il genetista Bruno Dallapiccola, appresa la notizia della morte del Nobel Renato Dulbecco. “E’ stato un uomo di forte e grande personalità – ha aggiunto lo scienziato – un punto di riferimento importantissimo per i giovani. Cito a questo proposito le borse di studio che portano il suo nome meritatamente perché fanno riferimento ad una persona che ha dato moltissimo alla scienza e al nostro Paese, pur stando all’estero”.

“Quando riuscimmo a convincerlo a venire a Sanremo, cercammo a lungo una definizione per presentarlo. E, alla fine, l’aggettivo che ci parve più adatto fu ‘coraggioso’”. Fabio Fazio, il conduttore televisivo che nel ‘99 volle con se’ Renato Dulbecco sul palco del Festival, ricorda commosso il Nobel per la medicina.

“Il coraggio – sottolinea Fazio – ha percorso trasversalmente ogni sua azione: in gioventù, quando decise di studiare medicina; negli anni della guerra partigiana; quando scelse di trasferirsi negli Stati Uniti; nel tipo di ricerca portata avanti. E il coraggio, anche se su scala infinitamente più ridotta, riguardò anche il suo sì a Sanremo”.

Dulbecco “ha vissuto una vita lunga e piena di successi e di soddisfazioni, da persona libera, di quella libertà mentale che è fondamentale per chi fa ricerca. Non è stato uno scienziato estraneo al mondo, ma aperto agli altri”, forte di “quel coraggio e di quella lucidità che producono le visioni fuori dal comune di chi arriva a qualche scoperta. E’ stata una persona speciale – conclude Fazio – dolce di modi, dal sorriso magnifico e sempre disponibile con tutti”.

“Con la morte di Renato Dulbecco la comunità scientifica mondiale perde uno dei suoi più autorevoli testimoni. Curioso, rigoroso, ottimista, aperto ai giovani e all’integrazione fra saperi diversi, era riuscito, soprattutto attraverso il Progetto Genoma, ad avvicinare e a chiarire alla gente il ruolo e la funzione sociale del lavoro dello scienziato. Voglio ricordare con orgoglio e commozione che la sua avventura, professionale e umana, ha vissuto al CNR una tappa fondamentale”. Lo sottolinea il Presidente del Consiglio Nazionale delle Ricerche, Luigi Nicolais.

“Per Dulbecco – prosegue – la ricerca scientifica è stata una testimonianza d’amore verso l’umanità , una delle più alte forme di solidarietà. Non si è mai sottratto alle polemiche, neanche a quelle per le possibili strumentalizzazioni del suo operare lungo i delicati e fragili confini di quella che oggi conosciamo come bioetica. E’ andato coerentemente avanti, portando la sua testimonianza anche in contesti molto diversi da quelli consueti per uno scienziato del suo livello, senza imbarazzo alcuno ma anzi con la semplicità e l’autoironia che contraddistinguono i grandi. Dobbiamo impegnarci – conclude il presidente del Cnr – ciascuno per la propria parte, nelle nostre istituzioni, affinché questa sua lezione non vada dispersa. La sua attenzione verso i giovani e il senso che ha saputo dare al suo lavoro di scienziato devono trovare la loro continuità in tutti noi ricercatori”.

“Era un po’ amareggiato. L’esperienza fatta in Italia lo aveva davvero deluso”. Lo racconta Paolo Vezzoni, ricercatore del Consiglio Nazionale delle Ricerche, che insieme al professore Renato Dulbecco ha condiviso l’esordio negli anni ‘90 del “Progetto Genoma” e che è rimasto in contatto con il premio Nobel della Medicina fino a un paio di mesi fa. “Era dalla scorsa estate che non stava molto bene. L’ultima volta che l’ho sentito – dice Vezzoni – è stato in occasione delle feste natalizie. Ci siamo scambiati i saluti, ma non abbiamo fatto altri commenti. Allora, anche se si era un po’ ripreso, non stava in perfetta salute”. Tuttavia, spiega ancora Vezzoni, quando Dulbecco decise di tornare negli Stati Uniti “lo fece con l’amaro in bocca e, nel corso degli anni, la delusione nei confronti dell’Italia è rimasta costante anche se – dice ancora il ricercatore del CNR – ad attenuarla hanno contribuito alcuni progetti di ricerca sulle cellule staminali che la Fondazione Cariplo aveva deciso di assegnare sotto la sua guida”. L’amarezza di Renato Dulbecco nei confronti del nostro paese era legata soprattutto alla decisione, da parte del CNR di abbandonare il Progetto Genoma: un progetto che lo stesso Dulbecco aveva sostenuto e incoraggiato sia in Italia che a livello internazionale già a partire dalla metà degli anni 80.

“Ricordo – racconta Vezzoni – che la decisione di non portare avanti quel progetto arrivò proprio quando si trattava di entrare nel vivo dell’operazione e di decodificare il genoma umano. La decisione venne presa perché allora non si riteneva opportuno portare avanti il progetto, ma quello che ha sempre pesato di più su quella esperienza era il fatto che Dulbecco non apparteneva a nessuna parrocchia e dunque non aveva persone su cui poter contare per difendere i suoi progetti di ricerca. Inoltre in quegli anni al vertice del nostro paese ci fu una vera e propria rivoluzione e chi aveva favorito il ritorno di Dulbecco venne spazzato via, mentre chi subentrò non fu in grado di difenderlo e di sostenerlo”.

La scelta di tornare in Italia e di proporre al Consiglio Nazionale delle Ricerche di aderire alla mappatura del genoma umano era stata, per Dulbecco una decisione molto sentita. Per metterla in atto infatti rinunciò alla prestigiosa presidenza del Salk Institute. “Lui ci credeva davvero in quel progetto – dice Vezzoni – perché aveva una incredibile voglia di lavorare e di dare il suo contributo. Nonostante però gli esiti siano stati negativi, resta il fatto che il ritorno di Dulbecco in Italia ha permesso alla comunità scientifica del nostro paese di entrare in contatto con il mondo della genetica e della medicina rigenerativa quasi per la prima volta”.

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