Dopo il fermo del 27 maggio 2010, la ragazza rivelò ad un poliziotto che Berlusconi voleva fare sesso con lei

Ruby

Ancora colpi di scena nel “Rubygate”. Sfilano ancora i testi in tribunale al processo che vede imputato per concussione e prostituzione minorile Silvio Berlusconi. Questa volta sul banco dei testimoni c’è un agente della questura milanese che ricorda le confidenze, le fasi del fermo e i momenti successivi con l’affidamento della giovane a Nicole Minetti.

Ruby si trovava in un centro estetico in zona corso Buenos Aires, a Milano, e venne riconosciuta dalla sua ex amica ed ex coinquilina Caterina Pasquino. Fu quest’ultima a chiamare il 113 per denunciare che la marocchina, qualche giorno prima, le aveva portato via da casa soldi e gioielli per un valore di circa 3 mila euro. «Io e il collega Russo – ha spiegato Ermes Cafaro, l’agente che ha testimoniato oggi rispondendo al pm Antonio Sangermano – siamo intervenuti dopo quella telefonata che arrivò verso le 18,15».

Il poliziotto ha chiarito che i due fecero subito accertamenti sulla ragazza, scoprendo che «aveva un precedente per furto e che si era allontanata circa un anno prima da una comunità a Messina». Poco dopo le 19, contattò il pm dei minori Annamaria Fiorillo, la quale diede disposizione di «affidarla a una comunità, dopo il foto-segnalamento, visti i suoi precedenti, e spiegò che, nel caso non ci fosse stato posto, dovevamo trattenerla in Questura fino al giorno successivo».

La minorenne, stando a quanto ricostruito dalle indagini, venne rilasciata dalla Questura verso le due di notte e affidata a Nicole Minetti, dietro pressioni, secondo l’accusa, di Silvio Berlusconi. «Ruby ebbe una reazione emotiva di sofferenza e si mise a piangere, quando le dicemmo cosa aveva deciso il pm minorile», ha aggiunto Cafaro. La ragazza marocchina venne poi portata al commissariato Monforte-Vittoria per «la stesura degli atti», prima dell’accompagnamento in Questura per «il foto-segnalamento».

La difesa, con gli avvocati Filippo Dinacci e Giorgio Perroni, ha sollevato un’eccezione, cercando di bloccare la testimonianza dell’agente in relazione proprio a queste confidenze, ma i giudici l’hanno respinta.

«Ricordo per certo che il collega mi disse che gli avevo lasciato una gran rogna e che in Questura c’era stato un gran trambusto». «Mi aveva detto che c’erano persone che si erano presentate in Questura e di telefonate e pressioni in merito alla minore, la quale a differenza di quanto era stato detto dal pm minorile era stata affidata a un’altra persona», Nicole Minetti.

Ruby aveva detto a Silvio Berlusconi che era «maggiorenne». L’agente ha affermato che Ruby gli disse che «Silvio Berlusconi non era a conoscenza che lei fosse minorenne. Sapeva che era marocchina ma si era dichiarata maggiorenne».

La ragazza avrebbe fatto credere di essere nipote di Mubarak per ottenere tramite Silvio Berlusconi tutti i documenti necessari per essere in regola in Italia.

Ruby voleva fare il carabiniere e quando il poliziotto le fece notare che non poteva, anche perché non aveva nemmeno i documenti, lei rispose che ci avrebbe pensato Silvio a farle avere i documenti, disse che l’avrebbe aiutata perchè era la nipote di Mubarak.

Una busta con 15 mila euro sarebbe stata consegnata a Ruby dal caposcorta del premier la sera del 14 febbraio 2010 quando la giovane marocchina, ospite a una serata ad Arcore, si fece accompagnare a casa perché «non si trovava a suo agio». L’agente ha spiegato che la giovane marocchina gli aveva raccontato di essere andata a Villa San Martino tramite Lele Mora e che a quella festa «non si era divertita perché c’erano uomini e donne alcune delle quali si spogliavano».

All’agente, Ruby raccontò del 27 maggio 2010, di avere ricevuto avance sessuali da Silvio Berlusconi in occasione di un’altra festa a villa San Martino. «Io volevo andare via – ha raccontato ancora la ragazza all’agente – e Berlusconi si meravigliò che mi fossi tirata indietro». «Ruby mi disse – ha aggiunto – che Lele Mora l’aveva portata alla festa in casa di Berlusconi, che l’ex premier non sapeva probabilmente che era minore, ma Mora sì».

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