L’intollerenza “figlia” del pregiudizio: l’importanza di promuovere integrazione e rispetto per lo straniero

immigrati alla ricerca della "terra promessa"

“Andiamo, è tempo di migrare” diceva D’Annunzio. Il fenomeno delle migrazioni riguardava fino a pochi anni fa i paesi dell’Est che emigravano verso l’Ovest del mondo; ricordiamo la caduta del muro di Berlino con la conseguente dissoluzione di molti regimi dell’Est e il grande flusso di intere comunità dal Sud al Nord.

Oggi tale fenomeno riguarda anche noi, in quanto da emigrati come Paese (ricordiamo nei primi anni sessanta le migrazioni dei meridionali al Nord Italia e all’Estero) siamo diventati paese d’immigrazione, data la folta presenza di gente appartenente ai vari gruppi etnici, con fede religiosa diversa, con proprie origini e tradizioni culturali, con diverse lingue e ideologie.

Le motivazioni di tali spostamenti sono tra le più varie : fuga dalla miseria ,da condizioni di vita inaccettabili, da catastrofi naturali, da regimi troppo autoritari che vengono adottati dalle tensioni interetniche e principale motivo fuga dalla guerra.

Il trasferimento di massa da un luogo all’altro della terra, il riassetto geopolitico di vaste e nevralgiche aree del globo, provocano tensioni sociali, squilibri economici, difficoltà d’inserimento da parte di chi arriva e, d’accettazione dell’altro da parte degli autoctoni, con conseguente ripercussione negativa sulla comunicazione, comprensione e accettazione reciproca e con il verificarsi di episodi di xenofobia, razzismo, emarginazione, ghettizzazione.

Ricordiamo i recenti episodi verificatisi al Nord Italia con l’uccisione dei due senegalesi e dove la presenza degli immigrati è in aumento del 67%, per non parlare del gran numero degli stranieri presenti al Centro e al Sud soprattutto in Campania e Calabria.

La maggior parte di loro arrivano dalla città di Foggia dove lavorano nelle piantagioni di pomodori, poi passano per Vicenza, Pordenone, Brescia fino ad arrivare a Napoli e da lì direttamente a Rosarno. Alcuni di loro provenienti dal Ghana, prima di arrivare in Italia, vanno in Malaysia, dove vengono presi a lavorare solo i musulmani i quali si accontentano di un basso salario. Gli altri devono cercare altrove.

Dunque il problema è che la diversità degli immigrati dal punto di vista culturale, possono dar luogo a forme di pregiudizio tali da precludere ogni possibilità di pacifica convivenza, ciò perchè le difficoltà maggiori ad attuare politiche e pratiche educative mirate all’integrazione degli stranieri in Italia, nascono da due elementi: la relativa novità del fenomeno, l’Italia non è un Paese con un passato coloniale significativo (come Francia o Regno Unito) in quanto l’immigrazione dei cittadini stranieri costituisce un fenomeno recente.

Di conseguenza, si è riversato il problema legato alla mancata conoscenza dell’altro. Lo straniero è colui che non è conosciuto, la cui tradizione e cultura sono differenti e sconosciute, e la mancata conoscenza genera inevitabilmente differenze, incomprensioni, pregiudizi (ecco il perchè parte degli episodi di Rosarno si erano riversati sulla paura dello straniero, a parte lo sfruttamento di più di duemila immigrati, resi schiavi dell’ignoranza del luogo.

A tale proposito oserei chiedere se si può rendere un popolo schiavo, degli schiavi? E poi,quanto i fatti di Rosarno ci rendono consapevoli?Esiste una profonda conoscienza cosciente?).

Fa paura ciò che è nuovo, sconosciuto è da qui che nasce antropologicamente la paura dello straniero (non dimentichiamo la paura dei meridionali al Nord); la disomogeneità della distribuzione degli stranieri sul territorio nazionale e quella numerica delle varie nazionalità presenti a livello territoriale. Questo squilibrio fa sì che in alcune regioni dell’Italia siano presenti un numero significativo di immigrati con nazionalità e competenze linguistiche differenti.

Cosa deve fare la società di oggi? Non deve delegittimare le cosiddette differenze ,ma deve farne prendere coscienza ,affinchè il cittadino si adoperi in modo tale che le differenze non si trasformino in disuguaglianze sul piano sociale e civile.

Bisogna capire che lo straniero non è nè un handicappato nè uno svantaggiato, appartiene a una cultura diversa dalla nostra ma non per questo inferiore.

La diversità non è un handicap ma è “Un Valore”e come tale va rispettata. Come esiste l’uguaglianza dei diritti così esiste l’uguaglianza nella diversità che va intesa come risorsa da crescere e coltivare, come valore educativo importante in modo da poter educare alla “Diversità”.

© Riproduzione Riservata

Commenti