Molti italiani la vedono come soluzione per superare la crisi economica. Ma gli economisti non la pensano così

la vecchia moneta "amata" dagli italiani

Molti italiani non perdono occasione per esternare tutta la loro nostalgia per la Lira, spazzata via dall’Euro dieci anni fa.

Qualcuno non è riuscito proprio a disfarsene e ha tenuto, magari sotto una bella cornice, la tanto amata banconota da centomila.

Nessuno lo può negare, quello che si comprava con centomila lire prima, adesso con cento euro ce lo sogniamo. E basta fare un giro sulla rete per capire che sono molti gli italiani che la rimpiangono e che in questo momento di crisi economica vedono la moneta del vecchio conio come una possibilità per guarire la depressa economia italica.

Gli economisti, però, hanno lasciato poche speranze: tornare alla lira vorrebbe dire diventare tutti più poveri.

Per capirne i motivi, ecco la semplice domanda: l’Italia dovrebbe uscire dall’euro? Assurdo anche solo immaginarlo fino a pochi mesi fa, ma con la disoccupazione giovanile dilagante, la crescita che ristagna, tassi di interesse bassi e sempre più tasse imposte dal governo, c’è chi pensa che fare marcia indietro e adottare di nuovo la lira possa essere una soluzione per risollevare le sorti economiche. Il primo dato da analizzare riguarda il debito pubblico che ammonta a circa 1.900 miliardi di euro, il 122% del Pil realizzato nel 2010.

Se cambiasse la moneta, andrebbe convertito. E con che cambio? Difficile ignorare la pressione che la schiera di banche e finanziarie, con nel portafoglio titoli di Stato e crediti verso l’Italia, potrebbero esercitare per non perdere soldi. Ma lo scenario più terrificante è quello dipinto dalla banca d’affari svizzera Ubs che ha ipotizzato proprio l’uscita dell’Italia dalla zona euro e il conseguente crollo della lira del 60 per cento. In altre parole, gli stipendi e le pensioni varrebbero, dall’oggi al domani, la bellezza del 60 per cento in meno.

Per la stragrande maggioranza degli italiani significherebbe avere difficoltà enormi nel pagare la rata del mutuo o della macchina alla fine del mese. E per i più fortunati, quelli che hanno qualche risparmio da parte, si tratterebbe di veder tagliata parte del proprio gruzzoletto. Lo Stato, dal canto suo, sarebbe costretto a dichiarare il fallimento vedendo più che raddoppiato il debito da un giorno all’altro. Probabile, quindi, un blocco dei capitali con conseguente scarsità di liquidi per un viaggio all’estero.

Per i mercati sarebbe un disastro. Il fallimento del debito pubblico farebbe schizzare gli interessi alle stelle, cancellando questi dieci anni di moneta unica con tassi minimi. Sempre secondo lo scenario Ubs, nell’ipotesi più rosea, l’onere sui prestiti schizzerebbe di ben 7 punti rispetto a quello attuale. Le banche rischierebbero di fallire, anche perché i correntisti si precipiterebbero a prelevare tutti i soldi dagli istituti. Non se la passerebbe certo meglio l’inflazione pronta a volare a livelli mai visti. Uno dei pochi successi della moneta unica, è giusto ricordarlo, investe proprio il tasso di inflazione che oggi si attesta attorno alla ragionevole cifra del 2-3 per cento.

Negli anni Settanta e Ottanta, invece, era mediamente superiore al 13 per cento l’anno ed ha cominciato a calare in prossimità dell’entrata in vigore dell’euro. In Italia, poi, siamo costretti a importare molti beni tra i quali alcuni insostituibili come l’energia: se si abbandonasse l’euro i prezzi delle importazioni aumenterebbero a dismisura. L’unica cosa che resterebbe uguale sono i salari dei lavoratori dipendenti.

Sempre secondo Ubs, una scelta così radicale come quella di abbondare l’euro graverebbe di circa 11.000 euro il primo anno su ogni cittadino per poi attestarsi attorno ai 3-4.000 euro all’anno.

In questo scenario, con una svalutazione della moneta che potrebbe attestarsi tra il 30 e 60%, come detto, lo Stato potrà aumentare del 150% la moneta in circolazione perché ovviamente chi vende vorrà guadagnare le stesse somme di denaro. Un esempio pratico, seppur sempre di ipotesi si sta parlando. Un litro di benzina, prima del recente aumento, costava 1,5 euro. Immaginando un cambio alla pari, con la lira costerà 1,5 al litro e dopo la svalutazione del 60% arriverà a 3.75 lire, mentre gli stipendi rimarrebbero gli stessi.

Certo, chi caldeggia l’ipotesi nostalgica della lira dirà che il nostro diventerebbe un Paese molto più appetibile per compratori stranieri con conseguente aumento di richiesta di prodotti italiani. Chi potrà aumentare i prezzi, a quel punto, lo farà, ma chi ha un reddito fisso si troverebbe solamente molto più povero. Un italiano medio, con uno stipendio da 1.300 euro, di colpo non potrebbe più compare prodotti che prima si poteva tranquillamente permettere, con il rischio di disordini e manifestazioni di piazza: le feroci proteste di questi giorni delle diverse categorie di professionisti ne sono un allarmante esempio.

Ma tra gli economisti, c’è anche chi crede che riabbracciare la lira sia l’unica soluzione per uscire dalla crisi. “L’Italia ha i giorni contati nell’eurozona”, ha commentato Nouriel Roubini, economista americano che nel 2008 aveva previsto il crack delle banche statunitensi, in un articolo sul Financial Times dello scorso novembre. “L’unica vera medicina per l’Italia sarebbe quella di uscire dall’unione monetaria e ritornare alla lira, innescando automaticamente il crollo dell’eurozona stessa”. Una scelta drastica per far respirare il debito pubblico.

“Se cade l’euro cade l’Europa”, ha detto recentemente la Merkel. “Lasciare distruggere l’euro è prendersi il rischio di distruggere l’Europa. Coloro che vogliono distruggere l’euro si assumeranno la responsabilità di riaccendere i conflitti nel nostro continente”, le ha fatto eco Sarkozy. Germania e Francia, le due voci grosse dell’area euro. Ma se l’Italia volesse uscirne, accontentando gli euroscettici di sempre e i nostalgici delle banconote con la faccia di Caravaggio, gli italiani, dati alla mano, diventerebbero semplicemente più poveri…

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