Equipe di ricercatori italiani ha scoperto alcuni codici genetici che possono bloccare l’avanzare della malattia

le ricerche contro l'HIV

Altro passo in avanti nello lotta cotro l’Aids. Nel dna di alcune persone ci sono piccoli pezzetti di codice genetico che offrono una 89001554 resistenza naturale all’HIV. Sono 47 varianti genetiche che fanno da scudo e aiutano a controllare la progressione della malattia.

A individuarle è stata una ricerca coordinata da Guido Poli, docente di Patologia Generale e Immunologia dell’Università Vita-Salute San Raffaele e responsabile dell’Unità di immunopatogenesi del Aids presso l’Istituto Scientifico Universitario San Raffaele di Milano, pubblicata sulla rivista Journal of Infectious Diseases.

Il lavoro è stato condotto da un consorzio finanziato dal Sesto Programma Quadro della Commissione Europea, Gisheal — Genetic and Immunological Studies on Hiv + European and African Ltnp che include alcuni tra i massimi ricercatori europei impegnati in questi studi.

In pratica gli scienziati hanno analizzato 144 persone sieropositive nelle quali la malattia non dava segni di progressione, cioè rimaneva stabile nel tempo. Si tratta di individui definiti Ltnp, Long Term Non Progressors, una rara condizione osservata solo nell’1-2% di tutte le persone con infezione, nelle quali il sistema immunitario reagisce in modo innato o naturale alla replicazione del virus in assenza di terapia anti-retrovirale.

I ricercatori hanno poi confrontato il dna di questo campione con un altro gruppo di 605 persone infettate da poco. Ebbene, dai risultati di questo confronto è emerso che nei pazienti in cui la malattia non progredisce ci sono 47 varianti genetiche particolari. La maggior parte di queste mutazioni sono state identificate nella porzione di genoma in cui sono presenti i geni del cosiddetto Complesso maggiore di istocompatibilita (Mhc). Studi precedenti avevano identificato alcuni geni Mhc di Classe I coinvolti nel controllo spontaneo della replicazione del virus Hiv in assenza di terapia anti-retrovirale.

I geni Mhc di Classe I sono infatti responsabili della risposta immunitaria specifica all’infezione esercitata dai linfociti T citotossici ovverosia in grado di riconoscere, grazie anche alle proteine codificate da questi geni, in modo altamente selettivo le cellule infettate dal virus e di eliminarle. Questa ricerca ha inoltre evidenziato per la prima volta l’importanza di un’altra regione dell’Mhc, ovvero la Classe III, che codifica molte proteine responsabili della cosiddetta immunità naturale o innata alle infezioni.

In pratica gli scienziati hanno scoperto l’esistenza di una particolare classe di molecole Mhc capaci di produrre proteine responsabili della cosiddetta immunità naturale alle infezioni. “Questo lavoro scientifico – spiega Poli – servirà come base per ulteriori studi di varianti geniche associate alla resistenza spontanea alla malattia in persone già infettate e potrebbe portare alla scoperta di nuovi aspetti della risposta immunitaria, sia specifica che innata, importanti per la messa a punto di strategie di prevenzione generale dell’infezione quali i vaccini, potenzialmente in grado di avere un impatto fondamentale sulla corrente pandemia da Hiv”.

Nonostante le prospettive eccezionali, c’è il rischio che gli scienziati non riescano ad andare avanti. “Purtroppo, il finanziamento europeo al consorzio Gisheal – riferisce Poli – è terminato e non vi sono ulteriori finanziamenti attivi per proseguire lo studio. Tuttavia, i ricercatori del consorzio sono fiduciosi che l’importante pubblicazione scientifica stimolerà l’interesse di enti pubblici e privati per sostenere sia il consorzio che iniziative simili finalizzate a comprendere quali siano ‘i segreti’ alla base della resistenza naturale alla progressione di malattia in persone infettate che non assumono farmaci anti-retrovirali i quali, è importante sottolinearlo, rimangono un presidio fondamentale per l’assoluta maggioranza delle persone infettate”.

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