Due opzioni per controllare il nostro intestino. Per gli studiosi olandesi entrambe le tecniche sono efficaci

sala per colonscopia

Il dilemma è aperto e a tornare sull’argomento questa volta è un articolo pubblicato dalla rivista scientifica Lancet Oncology, che ripropone la colongrafia tomografica computerizzata (meglio nota come colonscopia virtuale) come test di screening per i tumori del colon.

La maggioranza dei carcinomi colorettali si sviluppano da polipi, si possono prevenire e sono curabili mirando alla guarigione. Eppure questa forma di neoplasia resta un big killer, la seconda causa di morte per cancro in Europa: un problema in gran parte legato alla riluttanza della popolazione nei confronti della colonscopia tradizionale.

Secondo gli esiti della ricerca guidata da Eveline Dekker e Jaap Stoker dell’Academic Medical Centre di Amsterdam «offrire la colonscopia virtuale agli individui a rischio di tumore aumenta di oltre il 50 per cento la partecipazione della popolazione allo screening, perché è un esame meno invasivo di quello tradizionale e incoraggia le persone a sottoporsi regolarmente ai controlli».

Secondo gli studiosi olandesi – spiega il “Corriere della Sera” – entrambe le tecniche sono efficaci, per cui lasciare agli interessati la scelta della metodica a cui sottoporsi potrebbe aumentare notevolmente il numero di diagnosi precoci e, dunque, di vite salvate. In Italia lo screening per il tumore al colon prevede l’invito ogni due anni di tutti i cittadini fra i 50 e i 70 anni a effettuare gratuitamente il test per la ricerca del sangue occulto nelle feci (Sof). Secondo i dati dell’Osservatorio nazionale screening, nel 2010 soltanto il 40 per cento degli italiani interessati ha ricevuto l’invito e soltanto il 29 per cento (aumento di due punti rispetto alla rilevazione dell’anno precedente) dichiara di aver effettuato il test (il 44 per cento al Nord, il 31 al Centro e solo l’11 al Sud). Usufruire dello screening è semplice (si raccoglie un campione di feci, lo si consegna alla farmacia più vicina e si riceve l’esito a casa per posta) e il test Sof è poco costoso per il Servizio sanitario.

In caso di test positivo si viene convocati per una colonscopia che possa chiarire meglio le anomalie rilevate, ma solo la metà circa delle persone con Sof positivo ha un tumore. «I ricercatori stanno cercando da tempo di mettere a punto un Sof più preciso, — spiega Cristiano Crosta, direttore della Divisione di endoscopia all’Istituto europeo di oncologia di Milano (Ieo) — che abbia un marker in grado di indicare se si tratta di un tumore benigno o maligno, per poter inviare alla colonscopia solo chi ne ha davvero bisogno».

L’avversione nei confronti della colonscopia tradizionale è motivata soprattutto dal timore della sofferenza che può essere causata dal test (si esplora l’intestino attraverso un tubo flessibile introdotto per via anale), sebbene sia prevista una leggera sedazione che consente di non sentire dolore per la durata dell’esame (in media circa mezz’ora). Con la tecnica virtuale, invece, questo problema non si pone. In realtà, però, la parte più fastidiosa dell’esame è la preparazione (comune a entrambe le metodiche) che prevede di bere il giorno precedente al test circa 3 o 4 litri di liquidi che causano diarrea, indispensabile per “pulire” l’intestino in modo che le sue pareti siano meglio visibili. «I vantaggi della colonscopia virtuale — aggiunge Crosta — sono limitati al fatto che non viene introdotto l’endoscopio e dunque non serve la sedazione perché non può esserci alcun fastidio o dolore. Ma serve sempre una preparazione, seppure più leggera, e l’accuratezza è leggermente minore».

In caso di dubbi bisogna poi comunque sottoporsi al test tradizionale, «che ha invece — conclude Paolo Bianchi, direttore dell’Unità di Chirurgia Mini-Invasiva Ieo — un pregio innegabile: contestualmente all’esame vengono rimossi eventuali polipi (in base al loro numero e alle dimensioni vengono previsti ad hoc i successivi controlli preventivi) e, salvo rare eccezioni, garantisce protezione per i seguenti 10 anni». Ecco perché, a fine diagnostico e terapeutico, gli esperti consigliano a tutti i cinquantenni di sottoporsi a una colonscopia.

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