Fondazione sempre più in “profondo rosso”, il fiume di denaro dei tempi d’oro è ormai in secca: quali scenari?

Monte dei Paschi in crisi

Se l’Italia di oggi fosse tutta in una città, quella città sarebbe Siena. Sessantamila abitanti invece di sessanta milioni. Piena di storia e di bellezza, adorata dai turisti, con un problema di debiti troppo grande. E una classe dirigente che si è rivelata drammaticamente inadeguata, per aver prima ignorato e poi sottovalutato i segnali che l’aria stava cambiando e che poi, in qualche caso, ha cercato di nascondere l’evidenza.

Per raccontare di Siena di oggi, com’è finita in questo pasticcio e come spera di uscirne basta però percorrere i pochi passi che separano tre tra i palazzi più belli di questa città. Il palazzo comunale, al centro di piazza del Campo. La Rocca Salimbeni, dall’altro lato della piazza. E palazzo Sansedoni, poco più in là lungo la passeggiata che ogni buon senese percorre con regolarità all’ora dell’aperitivo.

Il Monte dei Paschi è una banca particolare. Sta lì dal 1472 ed è il terzo gruppo bancario italiano. Ma il suo cuore oltre che il suo controllo sono saldamente dentro alle mura della città e in mano alla città e ai gruppi di potere e interessi essa esprime.
Dei trentamila dipendenti del gruppo, circa 4000 sono in città e provincia. Con l’indotto, significa che in ogni famiglia almeno un membro dipende dal «Monte», come lo chiamano i senesi. Prima fonte di reddito per la città insieme all’Università: con i suoi circa 20 mila iscritti in maggioranza studenti fuorisede che pagano lauti affitti per un buco in centro. Anche all’Università c’è un buco: 200 milioni, con strascichi di inchieste e indagati illustri dai quali sta cercando di tirarsi fuori.

Neanche il Monte del resto se la passa troppo bene. Il suo presidente, Giuseppe Mussari, deve trovare entro il 20 gennaio 3,2 miliardi di euro per rafforzarne il capitale.

I problemi del Montepaschi – spiega “La Stampa” – oggi sono comuni a tante altre banche italiane e non: l’economia non gira, i Btp che pesano nel portafoglio. In passato c’è stata l’operazione Antonveneta, pagata 9 miliardi nel 2008, giusto un attimo prima che venisse giù il mondo. Proprio oggi a Rocca Salimbeni arriva l’uomo che cercherà di traghettare la banca fuori dalle secche della crisi. Si chiama Fabrizio Viola, ha la faccia simpatica e la fama di bon vivant e sarà lui che, con Mussari, dovrà convincere Bankitalia che il Monte si potrà rafforzare anche senza fare il secondo aumento di capitale in pochi mesi, il terzo in tre anni. E qui arriva il secondo protagonista di questa storia.

La Fondazione Mps è l’ostinato e ormai anacronistico azionista di maggioranza assoluta della banca. Dalla sua istituzione nel 1996 a oggi ha gestito, sotto forma di erogazioni, il fiume di soldi che le arrivavano dalla banca sotto forma di dividendi. Oltre 1,9 miliardi in quindici anni, l’85 per cento dei quali nel territorio di Siena e provicia. Ha ristrutturato scuole e palazzi, finanziato la ricerca biomedica e i poli museali, sistemato strade e promosso piccole imprese.

Ha anche dato soldi a pioggia, dalle bocciofile ai circoli di cicloamatori alle sagre paesane. Perché di soldi ce n’era tanti e sembrava non finissero mai. Pur di rimanere con più del 50 per cento, in questi anni, si è venduto quasi tutto quello che poteva vendere e si è indebitata. A guidarla è, dal 2006, Gabriello Mancini, ex funzionario della Asl di Colle Valdelsa diventato principale azionista di una delle principali banche del paese. Un giorno di fine novembre Gabriello Mancini comunica che i soldi non solo non ci sono più ma ne mancano parecchi. È successo che la fondazione si è indebitata per un miliardo e ha ipotecato ciò che aveva di più caro, ovvero le azioni della banca.

E messo fine per qualche anno al fiume di denaro descritto sopra. Nel terzo palazzo, la sede del Comune, abita da qualche mese Franco Ceccuzzi. Quarantacinque anni, funzionario di partito (Ds poi Pd) e poi parlamentare, nella rossa Siena rappresenta comunque un’anomalia: è il primo sindaco dalla fine degli anni ‘80 che non sia anche dipendente del Monte. Da Rocca Salimbeni venivano gli ultimi tre sindaci, per un totale di cinque mandati da primo cittadino.

Ceccuzzi, «grande elettore» della Fondazione, ha dato il via ad una sorta di spoil system alla senese. Mussari, che lo aveva già annunciato da tempo, lascerà ad aprile la guida della banca. Mancini resiste, ma a Siena si assicura che dovrà anche lui cedere la poltrona. A Ceccuzzi spetta il compito, difficile, d’inventarsi una città nuova, da gestire con meno soldi e più idee. La prima si chiama Siena capitale europea della cultura: Ceccuzzi ha candidato la città toscana per il 2017 e da lì conta di ripartire.

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