La famiglia di Straccia non crede ad un gesto estremo e si affida all’ex comandante dei Ris, Luciano Garofalo

Roberto Straccia

L’ipotesi della Procura di Pescara è che Roberto si sia suicidato. La famiglia Straccia non ci crede e nomina un pool difensivo che indica come si stia preparando alla battaglia legale.

L’avvocato scelto è Emilia Velletri, già difensore di Sabrina Misseri. Il medico legale è Enrico Risso, consulente per lo stesso caso e per il dna consulente di parte è il biologo Luciano Garofalo, generale in congedo dai carabinieri ed ex comandante dei Ris di Parma.

Per chiarire il mistero della morte dello studente marchigiano, 24 anni, scomparso sul lungomare di Pescara il 14 dicembre e ritrovato cadavere 24 giorni dopo sugli scogli di Bari Palese, è determinante l’autopsia. La data dell’esame necroscopico al momento non si conosce, sarà effettuato quasi certamente in settimana all’Istituto di Medicina Legale di Bari, stamane il Pm Baldo Pisani dovrebbe conferire l’incarico all’anatomo-patologo Giancarlo Divella.

La prima cosa da accertare è l’identità del cadavere, per l’esito dell’accertamento sul dna bisognerà attendere comunque qualche altro giorno, forse una settimana. Il cadavere, spiega un investigatore di Bari, non era in avanzato stato di decomposizione perché in qualche modo conservato dal freddo dell’acqua ma il volume è aumentato di tre volte rispetto a quello che una volta era il corpo di Roberto. Lo stato è compatibile con una lunga permanenza in mare.

Se sul cadavere verrà confermata l’assenza, già riscontrata dal medico legale, di ferite da taglio, da armi da fuoco o da corpo contundente, prenderà forza l’ipotesi del suicidio che per gli inquirenti pescaresi è diventata la prima ipotesi. Per vari motivi. Primo: c’è nella storia di Straccia un precedente gesto di autolesionismo, nel 2004 ingerì una bevanda mescolata al ddt, un episodio significativo se si pensa che all’epoca aveva solo 17 anni. Certo, se si dimostrerà che è stato un suicidio, gli amici e i parenti si chiedono e si chiederanno per sempre come Roberto, con il cuore rotto e disperato, possa aver fatto i gesti di ogni giorno, indossare pantaloncini e k-way, infilare chiavi e iPod in tasca, e un berretto in testa, sapendo che di lì a poco si sarebbe consegnato alla morte.

Secondo: c’è la mancanza assoluta – dice un inquirente – di elementi che facciano pensare a un omicidio, per esempio non c’è un movente. Roberto era mite, affettuoso, benvoluto come dimostra la straordinaria mobilitazione degli amici dopo la sua scomparsa. La sua era una vita tranquilla, non assumeva droghe, non abusava di alcol, non frequentava giri pericolosi come hanno accertato le indagini dei carabinieri, coordinati dal capitano Eugenio Stangarone. Non era legato ufficialmente a una ragazza e quindi non si può pensare che sia stato ucciso per gelosia, o rabbia o dolore per un amore non corrisposto o tradito. La prima analisi sui computer e sui telefoni conferma l’immagine di un bravo ragazzo, simile per interessi e contatti ai suoi coetanei.

Viene considerata estremamente improbabile l’idea che possa essere stato spinto in acqua da un folle: era giovane, forte, avrebbe reagito e una colluttazione sarebbe stata notata da qualcuno, tanto più che il pomeriggio in cui Roberto è scomparso faceva caldo e c’era gente in giro. Resta la possibilità che la caduta, nel fiume, o dal molo, sia stata accidentale, magari la conseguenza di un malore improvviso, che nessun esame autoptico però potrà chiarire.

Le inchieste sulla morte di Straccia sono due: quella della Procura di Pescara, per sequestro di persona e quella della Procura di Bari, per istigazione al suicidio. Per il momento procedono parallele. Dopo l’autopsia e altri esami eventualmente necessari, l’inchiesta con ogni probabilità tornerà a Pescara.

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