Al processo a Bologna l’ex patron appare affaticato e molto dimagrito. I suoi legali: “dategli i domiciliari”

Calisto Tanzi

Dal cellulare della polizia penitenziaria arrivato in corte d’appello a Bologna è sceso con passo malfermo, le manette malcelate dalle maniche di un giaccone scuro troppo largo. Poco dopo Calisto Tanzi, seduto tra i suoi difensori durante l’udienza del processo di secondo grado sul crac Parmalat, ha ceduto: il capo si è piegato in avanti. L’udienza si è fermata.

Dieci minuti di stop concessi dal presidente Francesco Maddalo, durante i quali il collegio dei difensori ha rinnovato tutte le proprie preoccupazioni per le condizioni di salute di Tanzi. E ribadito una richiesta di detenzione domiciliare già negata dal tribunale di sorveglianza. «Abbiamo timore per la sua vita», ha ammesso l’avv.Giampiero Biancolella. Perché Tanzi in carcere, per i suoi difensori, sta male. Invitano, gli avvocati, a prendere atto dell’aspetto fisico provato ed evidentemente dimagrito dell’ex patron Parmalat.

A Bologna a giudizio ci sono 15 imputati (tra ex manager, amministratori e revisori), già condannati a Parma. Tanzi in primo grado prese 18 anni. Dal 5 maggio è detenuto, sempre a Parma, dopo la condanna in via definitiva a otto anni e un mese per aggiotaggio, ostacolo alla vigilanza e falso dei revisori. Ma per l’avv. Biancolella il malore «è la prova evidente dei motivi sociali e umanitari per cui il legislatore ha previsto che un ultrasettantenne, ove non vi fossero motivi ostativi, e nel caso di Tanzi non ci sono, potesse scontare in detenzione domiciliare il residuo della pena». I legali non vogliono rivelare «per motivi di riservatezza», i dettagli delle condizioni di salute. Sta male, ha subito «un intervento molto serio e grave». Ma nonostante tutto è voluto intervenire in aula perchè «uno dei motivi per cui non è stata concessa la detenzione domiciliare dal Tribunale di sorveglianza è che si è scritto che Tanzi non si era presentato in udienza». La difesa, sulla base di una nuova consulenza medica, ha già presentato una nuova istanza per i domiciliari. Ma l’udienza, ha spiegato l’avv.Filippo Sgubbi, sarà discussa solo il 6 marzo. «Il tribunale di sorveglianza è oberato di lavoro, ma speriamo di ottenere un’anticipazione della data».

A quel tribunale l’avv. Fabio Belloni contesta che voglia giudicare nel merito la “meritevolezza” rispetto alla detenzione domiciliare. «Riteniamo non debba essere oggetto di valutazione, ma debba prevalere il criterio dell’età dell’imputato». Che ha 74 anni. Nessuna critica per le cure in carcere, adeguate per i legali, ma secondo cui «è evidentemente il regime carcerario che crea questa situazione». Perchè, per Belloni, non c’è rieducazione, ma «solo una dimensione afflittiva nei confronti di una persona anziana». Di più: «ci si sforza di tenere in vita una persona per consentire la prosecuzione della carcerazione». E, conclude, «dopo cinque ricoveri e cinque ritorni in carcere vi è da pensare che si sia innescata una spirale in cui il ricovero serve per il ritorno in carcere, e il ritorno in carcere serve per il ricovero».

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