La storia di un siciliano che ha insegnato il dovere di ribellarsi, non abbassare la testa e muovere le coscienze

Peppino Impastato

Peppino Impastato avrebbe compiuto 64 anni, il 5 gennaio scorso. E’ morto però ad appena trenta.

Non era solo un attivista, un giornalista (tessera sin troppo postuma) e un cittadino. Era un siciliano libero. Ha avuto il coraggio di esserlo in Sicilia.

Non è mai troppo tardi per conoscere la sua storia ed è giusto ricordare la sua vita, rievocata qualche anno fa al cinema in uno splendido film dal titolo “I cento passi” (del quale vi proponiamo sotto la scena finale).

Ammazzato dalla mafia, fatto saltare in aria sulla linea ferroviaria tra Cinisi e Palermo, la notte del 9 maggio 1978. Di lui, dell’indomito Peppino, hanno provato anche ad infangarne la memoria, depistando le indagini. Folle, esaltato, terrorista dicevano subito dopo la sua morte, fatta passare per un mancato attentato che stava preparando. Terrorista poi, un uomo così, non poteva proprio essere, lui che il terrore lo combatteva. Guardandolo in faccia.

E’ questo della storia di Peppino Impastato che non va mai dimenticato. Lui provava disgusto per la mafia e per un sistema vigliacco che basa il suo potere sulla violenza, la sopraffazione e il compromesso. E quel disgusto, l’ha urlato per quindici anni dal portone accanto, dal balcone di fronte e dalla piazza principale di un paese, Cinisi, di settemila anime assopite dalla mafia. Raggiungendole tutte, dentro le loro case. Recapitando, puntuale, il disprezzo per un sistema malato di cui anche lui era figlio. Ma di cui non sarebbe mai stato padre.

Impastato ha dimostrato che è possibile ribellarsi, cambiare strada, non abbassare la testa e muovere altre coscienze. Che è possibile sapere da che parte stare. E starci. Peppino Impastato combatteva la violenza con l’informazione. Ha insegnato che per cambiare le cose devi iniziare informando la gente.

E’ per questo che ha fondato un giornale (L’idea socialista), ha aperto un circolo culturale (Musica e cultura) e ha messo in piedi una radio (Radio Aut). Perché la sua battaglia contro il malaffare e le ingiustizie, non è mai scesa a compromessi neanche dopo la morte del padre, legato al boss mafioso Gaetano Badalamenti.

Ci sono voluti 24 anni perché «Tano Seduto» – come lo soprannominava – venisse condannato come il mandante dell’omicidio di Peppino. Mettere in ridicolo persone che basavano la loro forza sulla rispettabilità, era una cosa che mai nessuno si era sognato di fare. Un uomo così è stato tante prime volte nella sua vita.

Tanti, troppi, anni perché Peppino Impastato diventasse con bollo di giustizia un morto di mafia. E quell´omicidio un delitto contro la parola. L’assassinio di un giornalista postumo. Perché Peppino fu iscritto all´albo professionale, quando finalmente Badalamenti, nel 1997, fu incriminato. Parlava Peppino. Parlava tanto in una Cinisi muta, sorda e cieca.

Parlava dai palchi improvvisati sui quali rappresentava il suo impegno. Si faceva ascoltare dai microfoni di Radio Aut. Grazie a Salvo Vitale e Guido Orlando è possibile riascoltare la sua voce nelle otto trasmissioni riprodotte nel dvd “Onda Pazza” appena uscito per Nuovi Equilibri con prefazione di Vauro.

Peppino mostrava cosa stavano facendo del suo paese, con l´aeroporto in ampliamento, l´America dei cugini d´oltreoceano sempre più vicina, la droga a fiumi e la speculazione dei signori del cemento alle porte. Faceva nomi e cognomi. Di mafiosi e di politici. Che andavano a braccetto e si facevano fotografare insieme.

Tano Badalamenti, l´11 aprile 2002, fu condannato all´ergastolo per quel delitto ma il 30 aprile 2004, a 80 anni, morì nel centro medico penitenziario Devens Fmc, ad Ayer (Massachusetts): scontava 45 anni per un colossale traffico di droga sulla rotta aerea Usa-Sicilia. Il 5 marzo 2001, Vito Palazzolo, braccio destro di Badalamenti, anche lui amico degli Impastato, aveva rimediato trent´anni.

Felicia Bartolotta lo incrociò nel primo giorno del primo processo. Lo guardò dritto negli occhi e lo costrinse ad abbassare lo sguardo. Gli sibilò con rabbia: «Vergognati». Il 18 novembre del 1994 il collaboratore di giustizia Salvatore Palazzolo aveva messo a verbale: «Secondo quanto ho appreso dal vice rappresentante della nostra famiglia, Vito Palazzolo, l´omicidio è stato voluto da Gaetano Badalamenti ed eseguito da Francesco Di Trapani e Nino Badalamenti (entrambi morti, ndr)».

Tano Badalamenti decise il delitto, onorando a suo modo un patto con Luigi Impastato, il padre di Peppino. Ordinò di liquidare il ragazzo solo quando Luigi, di ritorno da un viaggio in Usa, morì in un misterioso incidente stradale, sul quale, manco a dirlo, non si indagò. Era andato negli Usa a perorare l´intercessione di qualche mammasantissima per avere salva la vita del figlio.

Dopo due archiviazioni (nel 1984 e nel 1992), nell´aprile del 1995, l´indagine era stata riaperta. La famiglia, parte civile con l´avvocato Vincenzo Gervasi. Palazzolo fu il primo a essere condannato. Felicia Bartolotta aveva 85 anni. «Ora – disse – tutti sanno qual è la verità. Ora aspetto la condanna di Badalamenti e poi posso anche morire». Felicia morì il 10 dicembre 2004 a 88 anni.

«Prima di essere un oppositore e in seguito una vittima della mafia, è stato una specie di superstite, uno dei pochissimi che, pur facendone parte per nascita e per destino, è riuscito a uscire moralmente indenne dalle sue maglie, a passare la trincea e a schierarsi dall’altra parte». Questo dice di Peppino suo fratello Giovanni.

Sul corso di Cinisi, dal 2005, è aperta Casa Memoria. Un «luogo di divulgazione della verità e della cultura, un avamposto della resistenza contro il potere e contro la mafia». Da quel portone, da quel balcone, da quella piazza, in fondo Peppino Impastato non se n’è mai andato.

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