Ancora possibile vaccinarsi. Misura consigliata a chi ha più di 65 anni o è in una delle categorie a rischio

l'influenza in agguato

È arrivato il freddo che è il migliore alleato dell’influenza e se fino ai primi di dicembre sembrava una stagione a bassa incidenza (2-4 milioni di casi), ora le stime potrebbero cambiare.

E purtroppo la prevenzione langue. Il vaccino si basa su tre ceppi: il già noto H1N1, quello della pandemia che tanto ha allertato il mondo, ora declassato a stagionale; l’H3N2 e il B/Brisbane.

La SItI (società italiana di Igiene) avverte che l’adesione alla campagna vaccinale è stata quest’anno piuttosto bassa: attorno al 30%. E ribadisce l’importanza dell’antinfluenzale per tutti i soggetti al di sopra dei 64 anni di età e dei gruppi a rischio con malattie croniche (cardiovascolari, respiratorie, renali, metaboliche ed anche oncologiche). Ogni anno si verificano alcuni milioni di casi in Italia, e si stima che la malattia causi circa 8.000 decessi, di cui l’85% circa negli ultra-65enni.

«Il fallimento della vaccinazione contro la pandemia nel 2009 – sottolinea Carlo Signorelli, docente di Igiene a Parma – ha diminuito lo scorso inverno l’adesione alla vaccinazione stagionale per fattori emotivi; per questo dobbiamo restare in prima linea nel diffondere la cultura vaccinale troppo spesso inquinata con informazioni scientifiche scorrette».

Resta un dato, che già aveva colpito al momento della pandemia: la scarsa adesione alla vaccinazione di medici e operatori sanitari. Ed è difficile predicare bene razzolando male. Peraltro, l’agenzia del farmaco europea (Ema) ha esteso l’autorizzazione d’uso del vaccino pneumococcico coniugato 13-valente anche agli over 50, con indicazione alla prevenzione delle malattie invasive dovute ai 13 sierotipi contenuti nel vaccino. E qui si tratta di evitare un’altra drammatica tegola per gli anziani, la polmonite, spesso pronta a colpire mentre si è debilitati proprio da un’influenza.

I vaccini, però, a torto non godono delle simpatie della popolazione che, pur ammalandosi (il 30-40%) almeno una volta ogni anno a causa di influenza e infezioni delle vie respiratorie, dichiara (35%) di automedicarsi e (25%) di non ritenere efficace la vaccinazione anti-influenzale (indagine Anifa). Le donne in particolare sono portate ad avere maggiore fiducia nel ricorso a qualsiasi rimedio, dal riposo, all’automedicazione, ai rimedi casalinghi come infusi e tisane.

Da segnalare inoltre che il 6% circa degli intervistati nell’indagine Anifa ricorre alla terapia antibiotica (e questo è molto grave) per la cura di queste forme respiratorie che nella stragrande maggioranza dei casi sono di origine virale.

E gli antibiotici contro i virus non servono a nulla, mentre favoriscono la resistenza dei batteri che poi diventano “incurabili” quando sono loro a colpire. Secondo i dati Influnet, la rete coordinata dal ministero della Salute in collaborazione con il Centro nazionale di epidemiologia (Cnesps) dell’Istituto superiore di sanità (Iss) e del Centro interuniversitario per la ricerca sull’influenza (Ciri), ai primi di dicembre gli ammalati ufficiali di influenza stagionale in Italia erano già stati circa 336 mila. Ma il picco è previsto a gennaio e si fa ancora in tempo a vaccinarsi.

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