Mobilitazione senza precedenti a Mosca contro lo zar accusato di brogli: “prendiamoci quel che ci appartiene”

Russia in piazza contro Putin

Gli organizzatori della manifestazione di protesta contro Vladimir Putin sostengono che sono in 120.000 a marciare per la Prospekt Sakharova (viale Sakharov) mentre per la polizia si tratta di 28.000 persone.

Il loro obiettivo e’ ottenere la ripetizione delle legislative del 4 dicembre viziate, secondo loto da brogli, malgrado i quali il partito “Russia Unita” di Putin ha perso il 16& dei consensi solo con il recupero del proporzionale ha conquistato una risicata maggioranza. In prima fila tra i dimostranti anche l’ex ministro delle Finanze Alexei Kudrin.

Kudrin ex fedelissimo di Vladimir Putin fu fatto fuori il 28 settembre 2011 per aver attaccato il presidente Dmitry Medvedev, affermando che non avrebbe mai fatto parte di un suo governo, nell’ipotesi di una staffetta con il premier.

Centoventimila persone arrabbiate nella neve. A intasare di cori e bandiere il grande viale dedicato a un dissidente storico come Andrej Sakharov. E’ la conferma di una rivolta popolare contro il governo Putin che nessuno avrebbe osato immaginare fino a pochi mesi fa. Ed è un popolo deciso a tutto che sembra innocuo ma che sa anche minacciare. Lo si capisce nel momento clou della manifestazione, quando sul palco sale Aleksej Navalnjy, il più amato, il più carismatico, dei leader di questa singolare Primavera a dieci gradi sottozero.

Reduce da quindici giorni di carcere che hanno arricchito ancora di più il suo blasone di capopopolo, Navalnjy tace. Fissa la folla che si snoda per quasi un chilometro fino all’antica piazza delle Tre Stazioni, quella dove comincia la Transiberiana. Il suo sguardo da bravo ragazzo si replica sul maxischermo da concerto rock, sembra un ordine preciso. E il coro parte da solo, comincia dal fondo, dove non si riesce a vedere la fine della folla, rimbomba sempre più forte fin sotto al palco: “Il potere siamo noi, Il potere siamo noi”. Il sorriso di Navalnjy diventa cattivo: “Siamo gente pacifica, e oggi non andremo ad assaltare il Cremlino. Ma prima o poi lo faremo. Se non cambieranno le cose, lo faremo”.

Ma le cose sono comunque già cambiate. Lo senti tra la gente, decisa a tornare ancora una volta in piazza il più presto possibile; lo vedi nei sorrisi degli organizzatori compiaciuti di un risultato che va al di là di ogni ottimismo; lo capisci nella sicurezza di personaggi finora cauti e perfino un po’ scettici come lo scrittore di gialli Boris Akunin: “Indietro non si torna piu”.

Né viene considerata una sconfitta l’unica grande assenza di oggi. Atteso fino all’ultimo momento, Mikhail Gorbaciov non è arrivato. Il padre della perestrojka, venerato all’estero e mai amatissimo in patria, ha preferito evitare un bagno di folla che non aveva mai avuto nemmeno quando era il leader dell’Unione Sovietica. Colpa dei suoi ottant’anni, di uno stato di salute precario e della giornata particolarmente fredda, forse. Ma quello che conta è quello che ha detto ieri sposando di fatto le ragioni del popolo dei ribelli: “Mi vergogno profondamente di aver appoggiato all’inizio l’ascesa al potere di Putin e dei suoi”.

In piazza un popolo misto, fatto di piccoli borghesi, ecologisti, nazionalisti patriottici, comunisti, democratici europeisti, automobilisti organizzati contro lo strapotere delle auto blu, difensori del patrimonio urbanistico e dei diritti umani.

Un popolo che sta via via trovando una sua unità nello slogan “Rossija bez Putina”, “Una Russia senza Putin”. In questo momento continua a chiedere di cancellare le elezioni politiche platealmente truccate del 4 dicembre. Ma sa che non è immaginabile che questo accada realmente. Il grande scacchista Garry Kasparov spiega con senso pratico: “Dobbiamo continuare a fare pressione. Anche alle presidenziali che Putin vincer’ certamente perché non ha ammesso concorrenti credibili. Ma continuando a farci sentire, il regime si sgretolera’”.

Ed è un ottimismo condiviso. Lo ripete Xenia Sobcjak, figlia del sindaco gorbacioviano di Leningrado(oggi grazie a lui nuovamente San Pietroburgo), tra i padri dello smantellamento dell’Urss. La chiamano la Paris Hilton russa perché è bella, sexy e le piacciono gli ammiccamenti a sfondo sessuale. Ma, rispetto alla stravagante ereditiera americana è di ben altra pasta: “La società civile si è svegliata. E non si ferma piu’. Il regime crollera’. E’ solo una questione di tempo. Lo sanno anche loro”.

E che al Cremlino e dintorni abbiano capito, è fuor di dubbio. Non a caso tre giorni fa il presidente uscente Medvedev si è esibito nella sua attività preferita: la promessa generica di riforme democratiche, teoricamente perfette, e praticamente inesistenti.

Sempre per lo stesso motivo l-eminenza grigia del Cremlino, il cosiddetto cervello del tandem di potere, Vladislav Surkhov, aveva provato a imbonire I contestatori definendoli “la parte migliore e più produttiva del Paese”.

Un modo per correggere le dichiarazioni rabbiose di Putin che invece, fedele al suo stile macho vecchio stampo, aveva paragonato I contestatori al “popolo dele scimmie” e I loro nastrini bianchi ai preservativi. Effetto boomerang: oggi fiorivano I cartelli dove Putin era avvolto da preservativi e slogan tipo “Attento al morso delle scimmie”. Pericoloso scherzare con una folla arrabbiata.

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