Strage di Capaci, parla Tina Montinaro la vedova del caposcorta ucciso dalla mafia nell’attentato a Falcone

Tina Montinaro

Un inno alla vita che parte da un luogo dove, quasi vent’anni fa, la morte si manifestò in modo violento e brutale. Una ferocia che prima di allora nessuno aveva immaginato. Cinquecento chilogrammi di tritolo che posero fine all’esistenza del giudice Giovanni Falcone, della moglie Francesca Morvillo e degli uomini della scorta.

Tina Montinaro – scrive Veronica Femminino su “Blog Sicilia” – è una donna energica e combattiva. Il dolore non l’ha piegata. Sono trascorsi molti anni da quel 23 maggio 1992: il giorno della Strage di Capaci l’Italia intera venne violata dal più efferato attentato mafioso e Tina perse suo marito. Antonio Montinaro aveva 29 anni, due figli e molti desideri, quelli di un ragazzo che crede di avere tutta la vita davanti, che ama il proprio lavoro e crede in quello che fa.

Ma alle 17.58 di quella tiepida giornata siciliana, nel tratto della A29 in prossimità dello svincolo per Capaci, tutto sembrò finire. Adesso, proprio lì, sorgerà un Giardino della Memoria, ed il suo nome sarà “QuartoSavona 15”, così si chiamava infatti l’unità operativa che presiedeva alla sicurezza di Giovanni Falcone.

Morire per 1 milione e 600 mila lire. Questa la retribuzione mensile di Antonio Montinaro, Rocco Dicillo, Vito Schifani: nessuno di loro fece ritorno a casa. Doveroso ricordare le loro vite stroncate, ma non solo: Tina Montinaro è la dimostrazione che dalle ferite aperte del passato si può attingere l’energia necessaria per pensare ad un futuro diverso, dove la gente abbia coscienza di ciò che è stato e che non deve più essere. Il Giardino della Memoria della Strage di Capaci servirà proprio a questo. A gennaio inizieranno i lavori di ristrutturazione di un luogo adesso abbandonato, che sarà valorizzato grazie al supporto del Comune di Isola delle Femmine (nel cui territorio rientra quel tratto della A 29) e dell’Anas.

“Vorrei – dice Tina nell’intervista – che fosse un luogo di serenità. Un luogo che simboleggi la speranza, la ricostruzione dopo la tragedia. Non dobbiamo dimenticare cosa la mafia è stata capace di fare quel giorno; noi palermitani adesso vogliamo dimostrare cosa siamo capaci di fare nel ricordare i figli di questa terra trucidati”.

Parole forti che acquistano maggior valore se pronunciate da una persona che siciliana non è. Tina infatti, pur essendo napoletana, qui si sente a casa. E proprio in questa Terra che le ha tolto tutto, lei ha deciso di restare.”Qui – commenta – ho conosciuto mio marito. Lui aveva scelto di vivere e lavorare a Palermo. Andar via, dopo la sua morte, sarebbe stato un atteggiamento vigliacco. E poi qui, non mi sono mai sentita sola. I palermitani non mi hanno abbandonata, non hanno dimenticato. Il Giardino della Memoria sarà per loro, l’ho pensato come un luogo di ricordo ma anche di ringraziamento ai siciliani onesti, che ritengo essere la maggioranza”.

Nel giardino, sorgerà anche una scultura, e molti artisti si sono già offerti di realizzarla gratuitamente: Ma Tina Montinaro vede qualcos’altro come elemento indispensabile a dare un senso a quel luogo: è lì infatti che vorrebbe portare la carcassa della Fiat Croma su cui viaggiava Antonio e i suoi colleghi morti nell’esplosione. Un volo di 300 metri per la vettura, recuperata da un oliveto solo diverse ore dopo l’attentato. Quelle lamiere contorte, adesso conservate – dice Tina “nascoste” – presso la Caserma Longaro di Palermo, “lì, avrebbero un altro significato. È giusto che la gente veda, per rendersi conto”.

Anche perché i giovani, che Tina Montinaro incontra nelle scuole, vogliono sapere e capire, interrogandosi sul perché sia accaduto. A loro, la vedova Montinaro racconta del marito, di com’era, di quali erano le sue idee. Antonio pensava spesso alla morte. E talvolta lo confidava alla moglie: sapeva che poteva succedere, ed in modo violento. Più di una volta aveva detto a Tina: “Il giorno che accadrà, di me non resterà nulla”.

Antonio Montinaro aveva ragione. Di lui, alla moglie, vennero consegnati pochissimi resti. A Capaci, tutto era stato dilaniato, nel peggiore e più vile dei modi.

Si parla continuamente di antimafia. Un’espressione alla quale tutti, coscientemente o meno ricorrono. Termine forse abusato. Tina conferma: “C’è troppa retorica nell’antimafia. Sembra il modo giusto per farsi strada. Per molti è un lavoro e non un impegno”.

Il riferimento è anche ai molti uomini di uno Stato che a volte sembra non esserci. Antonio e i suoi compagni sono morti per lo Stato. Avrebbero potuto rifiutarsi di fare da scorta a Falcone, eppure hanno continuato, sino al giorno fatale, a svolgere il proprio mestiere. “Leggo ancora – ribadisce la vedova Montinaro – molte cose che mi fanno male. Parliamo, un esempio tra tanti, della presunta trattativa Stato-Mafia. Chi avrebbe dovuto proteggere Antonio, probabilmente è sceso a patti con Cosa Nostra. A volte rifletto e mi chiedo di cosa si stia parlando. E soprattutto, cosa sia realmente lo Stato. Ho capito – conclude – che al di là delle facce che rappresentano ruoli, lo Stato è ognuno di noi, dentro di sè; nella propria coscienza, da qui il dovere di vivere onestamente, perseguendo la legalità, a partire dalle piccole cose”.

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