Le linee di ricerca più promettenti nella lotta contro il cancro: in futuro sarà finalmente possibile vaccinarsi

ricerca sui tumori

Per sconfiggere definitivamente il cancro la strada è ancora molto lunga. Negli ultimi anni i progressi sono stati certamente straordinari: alcune terapie sono già operative, altre hanno bisogno ancora di tempo per passare dal laboratorio agli ospedali.

Fondamentalmente sono cinque le linee di ricerca più promettenti e ognuna di esse potrebbe essere destinata ad avere un ruolo importante nella lotta ai tumori.

Vaccino. Sono molti i laboratori di ricerca che stanno lavorando in questa direzione. Nonostante diversi fallimenti, qualche trattamento sembra avere buone chance di successo. La logica alla base della creazione di un vaccino anticancro è quella di insegnare al nostro organismo cosa fare quando viene attaccato da un tumore. Il TeloVac, vaccino che Wired.it ha già descritto in un precedente articolo, sembra avere tutte le carte in regola per rivelarsi un’ottima arma contro il cancro. Attualmente, in 53 ospedali del Regno Unito, è in corso il primo trial clinico su oltre mille pazienti affetti da carcinoma pancreatico avanzato.

I primi risultati fanno ben sperare: il vaccino sembra in grado di potenziare le difese immunitarie dell’organismo. Ancora più sorprendenti sono i risultati dei test condotti su un nuovo supervaccino che si è dimostrato in grado di ridurre del 70 per cento i tumori letali. Gli scienziati della University of Georgia e della Mayo Clinic (Usa) hanno annunciato che il nuovo vaccino potrebbe ridurre dell’80 per cento i casi di tumori al seno e potrebbe inoltre essere efficace contro i tumori al pancreas, alla prostata, all’intestino e alle ovaie. I risultati dei primi test condotti sui topi, pubblicati sulla rivista Proceedings of the National Academy of Sciences, sono stati incoraggianti e fra due anni potrebbe già cominciare la sperimentazione sugli esseri umani.

Terapie anti-metastasi. Spesso non è il tumore principale a provocare complicazioni o addirittura la morte dei pazienti. Sono piuttosto i tumori secondari, le metastasi, che compromettono il decorso della malattia. Ecco perché ci sono moltissimi studi che hanno proprio l’obiettivo di capire come bloccare l’invasione delle cellule del tumore primario e dare quindi più chance di sopravvivenza ai pazienti.

Una ricerca internazionale, pubblicata qualche mese fa sulla rivista Journal of Clinical Investigation, ha scoperto una proteina spia che è in grado di predire quando un tumore darà origine a metastasi entro i successivi due anni. La proteina in questione è CPE-deltaN e, quando presente in alte concentrazioni, indica la comparsa di metastasi o il ritorno della malattia nel 90 per cento dei casi. Un’altra proteina chiave che gli scienziati sperano di poter sfruttare per prevenire le metastasi è la periostina. Uno studio, pubblicato su Nature, è riuscito a scoprire che questa proteina è indispensabile affinchè i tumori riescano a invadere altri organi. Gli studiosi svizzeri, che hanno coordinato la ricerca, sono così riusciti a creare un anticorpo antagonista in grado di inibirla, impedendo quindi la formazione delle metastasi nei topolini.

Terapie mirate. È la linea di ricerca che ha già portato i pazienti a raggiungere risultati eccezionali. Negli utlimi anni, infatti sono state sviluppate diverse terapie mirate che hanno come obiettivo quello di colpire i geni difettosi o le proteine in eccesso nelle cellule di un tumore. Tra i successi più importanti troviamo la creazione di anticorpi monoclonali che agiscono interferendo con quelle particolari molecole che sono necessarie alla crescita del tumore e alla sua proliferazione. Un esempio di questo tipo è Erbitux, sviluppato dalla Merck Serono, che è in grado di colpire specificatamente il recettore del fattore di crescita epidermico (EGFR) e che quindi inibisce la proliferazione delle cellule, la sopravvivenza, la mobilità, la diffusione e la crescita di vasi sanguigni da parte del tumore.

Al congresso dell’European Society for Medical Oncology, che si è tenuto qualche mese fa a Stcoccolma, i medici hanno presentato dati promettenti su Erbitux che, associato alla chemioterapia, si è dimostrato efficace contro il tumore a collo e testa, il tumore al colon retto e non si esclude il suo possibile utilizzo contro altri tipi di cancro.

Terapie virali. È una strategia antitumorale molto innovativa, ma anche la più rischiosa. L’idea è quella di sfruttare le proprietà di virus opportunamente addomesticati per attaccare le cellule tumorali. Ci sono diversi gruppi di ricerca che vanno in questa direzione. Un gruppo di scienziati del Duke University Medical Center, per esempio, ha preso un virus responsabile di una forma di encefalite equina, l’alfavirus, ha modificato il suo dna, programmandolo per infettare le cellule che esprimono un particolare antigene tumorale, il CEA, che è presente nei tumori del colon, della mammella e del polmone. L’obiettivo era suscitare una risposta immunitaria dell’organismo contro le cellule infettate e ci sono stati esiti incoraggianti. Più avanzato è il trial condotto dell’Ottawa Hospital Research Institure (Canada), effettuato su 23 pazienti colpiti da diversi tipi di cancro. Secondo quanto riportato dalla rivista Nature, i ricercatori hanno utilizzato il virus JX-594, ottenuto modificando geneticamente un ceppo virale usato comunemente come vaccino contro il vaiolo, reso ancora più potente contro i tumori. Il virus si è rivelato capace di distinguere le cellule sane da quelle malate, attaccando solo queste ultime.

Multidisciplinarietà. L’oncologia del futuro sarà sempre più caratterizzata dalla ricerca di terapie mirate al tumore e adattate all’individuo. Non si cureranno più tumori specifici, piuttosto ciascun paziente riceverà un trattamento che tenga conto del suo assetto genetico, delle alterazioni genetiche ed epigenetiche del tumore e dei farmaci più adatti a ripristinare l’equilibrio fisiologico che il tumore ha alterato. Anche i meccanismi di tossicità dei farmaci potranno essere identificati a priori, caratterizzando specifiche vie metaboliche e potendo quindi sceglier a parità di efficacia il farmaco meno tossico.

E’ ormai opinione comune nella comunirà scientifica, che non dovrà più esistere una medicina dove ciascun specialista si occupa esclusivamente di un organo o di una patologia. All’ì’iperspecializzazione la ricerca sta affiancando i concetti di multidisciplinarietà e interdisciplinarietà, dove diversi professionisti si siedono intorno ad un tavolo e discutono insieme le strategie migliori utili al singolo paziente.

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