Malumori del Cavaliere dopo la frase del premier (“non sono disperato”). Ma per adesso non si torna alle urne

Silvio Berlusconi

Silvio Berlusconi non stacca la spina al governo Monti ma lancia i primi preventivabili segnali di insofferenza. Il Cavaliere, raccontano, è rimasto particolarmente amareggiato per l’affondo di Monti nei suoi riguardi. Non tollererà altre “battute” nei suoi confronti, secondo quanto riferiscono alcune voci vicine all’ex premier.

Per ora il leader del Pdl ha tenuto a ripetere ai deputati azzurri, non ritiene affatto che si debba togliere la spina al governo. «Non lo si può fare in un momento così delicato», ha spiegato frenando i falchi. Dopo la stoccata di Monti, si sono subito mosse le diplomazie berlusconiane.

Melania Rizzoli ha pregato il ministro Piero Giarda di riferire a Monti il disagio del Cavaliere. Sono seguiti bigliettino e saluto a distanza. Altro episodio che testimonia come l’esecutivo abbia una sua solidità: sulla metro di Brescia il Pdl si è formalmente schierato con la Lega, recuperando l’antico asse, ma il provvedimento non è passato, proprio come voleva il governo.

Guido Crosetto assicura di non aver votato la manovra per spingere Mario Monti a fare di più. «Ho disertato l’Aula di Montecitorio – afferma – perché vorrei che questo governo, che ha una maggioranza mai vista nella storia dell’Occidente, più forte ancora dell’esecutivo cinese, osi fare di più. Monti sfrutta al 5% il potenziale che il Parlamento gli ha concesso».

L’esercito degli assenti venerdì scorso, al momento del voto di fiducia sulla manovra anti crisi, il giorno dopo si giustifica, puntualizza (Maria Rosaria Rossi e Fiamma Nirenstein spiegano di esser state impegnate in visite mediche: nessun dissenso).

Tuttavia le somme matematiche certificano un cambiamento di pelle della maggioranza: il governo ha perso alcuni pezzi, sia nella fiducia (61 voti in meno, passando da 556 ricevuti all’atto dell’insediamento, ai 495 dell’altro giorno), sia nel voto finale quando è sceso, addirittura, a 402.

Il partito che ha subito la maggiore emorragia è stato proprio il Pdl, che pure formalmente sostiene l’esecutivo a tutti gli effetti, con 26 assenti, 4 astenuti, 2 contrari. L’Idv ha votato contro, uscendo così dalla coalizione, subendo la defezione di Renato Cambursano, il quale ha votato con il governo abbandonando Di Pietro. Ma la principale ferita, come si diceva, riguarda gli azzurri. Sarà pur vero, come afferma Mario Pepe, che «il 90 per cento si è defilato per correre a prendere il treno o l’aereo, e solo il 10% ha scelto la protesta», ma è altrettanto vero che il nervosismo nel Pdl è ormai ai livelli di guardia.

Se le parole di Pier Luigi Bersani, leader Pd, su possibili elezioni anticipate, hanno fatto scoppiare un caso che è stato tempestivamente chiuso da Dario Franceschini («Ecco i numeri del nostro disagio: i deputati Pd presenti alla fiducia erano al 99%»), anche nel Pdl hanno sollevato clamore le espressioni di Silvio Berlusconi. Il quale con i suoi avrebbe a sua volta parlato di un ritorno alle urne in tempi brevi.

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