Nel bunker del boss dei Casalesi il libro del magistrato avversario della camorra e quello del genio di Apple

l'accesso al bunker di Michele Zagaria

Capelli bianchi, non molto diverso – anche se più invecchiato – da come era stato immaginato da un identikit “evolutivo”, Michele Zagaria è uscito alle 13,10 del 7 dicembnre 2011 dal bunker di Casapesenna in provincia di Caserta dove è stato catturato.

Il superlatitante della camorra, boss indiscusso dei Casalesi, è stato individuato e catturato dalla polizia. Il boss ha tentatao la fuga, ma gli uomini della squadra Mobile di Napoli e di Caserta lo hanno inseguito scavando nei cunicoli del covo. Al blitz ha partecipato anche Vittorio Pisani, ex capo della Squadra Mobile di Napoli, attualmente indagato dalla Procura di Napoli per la vicenda del riciclaggio attraverso catene di ristoranti a Napoli e altre città d’Italia, Pisani era stato protagonista della cattura di un altro latitante eccellente dei Casalesi, Antonio Iovine.

Il blitz è scattato intorno alle 3 del mattino per mettere in sicurezza tutta la zona. Nel buio della notte decine di poliziotti hanno circondato un complesso di case di via Mascagni a Casapesenna, il paese di Zagaria il luogo dove è nato e dal quale non si è mai mosso in oltre 15 anni di latitanza.

«Siamo andati in via Mascagni convinti che Zagaria fosse lì», dicono. Due giorni prima c’erano stati dei segnali che inducevano all’ottimismo.

Poi il blitz, intorno alle 22 la polizia ha individuato il bunker dove si nascondeva Zagaria.

Poi hanno iniziato a sfondare il pavimento con i martelli pneumatici. Dopo due ore di scavi si è udita la voce di Zagaria: «Fermatevi, non scavate più. Sono qui». La latitanza del boss che sembrava imprendibile è finita.

Nel bunker c’erano anche i libri del magistrato Raffaele Cantone, per anni impegnato nella caccia ai camorristi nella Dda di Napoli. Oltre ai libri del magistrato, anche il libro dell’inviato del Mattino Gigi Di Fiore, ” L’ impero (Traffici, storie e segreti dell’occulta e potente mafia dei Casalesi), e la biografia di Steve Jobs.

Il superboss secondo i magistrati della Dda viveva in quel rifugio da anni, limitandosi moltissimo nelle uscite e salendo di tanto in tanto nella villetta in superficie di proprietà di un suo fiancheggiatore.

Il covo si trova sotto una camera della casa, il cui pavimento si sposta su binari per lasciare accesso al bunker. Un rifugio insomma «di ultima generazione», munito anche di telecamere di protezione e di televisori.

Nell’armadio tre giacconi, sul tavolo una macchineta dl caffè. Nessun quotidiano e altro materiale che è stato sequestrato.

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