L’ex governatore della Sicilia in cella a Rebibbia studia Giurisprudenza e immagina il futuro dopo il carcere

Totò Cuffaro

La nuova vita di Toto “vasa vasa” Cuffaro tra passato e futuro. La strada verso l’oblio la imboccò in una sera d’inverno, il 22 gennaio scorso. Fu allora che quell’uomo con lo sguardo impaurito dietro le lenti con la montatura di metallo andò in chiesa a pregare la Madonna, e poi varcò la soglia di un carcere. Finiva in quel momento la brillante quanto discussa carriera politica dell’ex governatore della Sicilia.

I giudici in Cassazione l’avevano condannato a sette anni per favoreggiamento aggravato di Cosa Nostra e rivelazione di notizie riservate sulle indagini che coinvolgevano alcuni boss. «Ma io contro la mafia ci sono andato a sbattere, ho incontrato delle persone che solo in seguito si sono rivelate per quello che erano davvero.

Certo, se proprio devo rimproverarmi qualcosa, è la superficialità», sospira la persona dai modi cortesi e dall’aria dimessa che ci riceve in una sala per i colloqui del carcere. Indossa un maglioncino azzurro polvere, pantaloni grigi e scarpe da ginnastica. Gli occhiali e lo sguardo acuto sono gli stessi, ma il viso è molto più affilato. «Ho perso 26 chili, non tanto per lo stress ma perché qui dentro faccio tanto jogging e mangio sano e con regolarità», spiega con un lampo di ironia nello sguardo.

Quella sera del 22 gennaio, dunque, si concluse nel peggiore dei modi la vita «pubblica» dell’erede di una Dc spesso accusata di strizzare l’occhio alla parte peggiore della Sicilia, e cominciò l’esistenza grama di Salvatore Cuffaro, 53 anni, nato a Raffadali, detenuto nel braccio «G8» del Nuovo Complesso di Rebibbia, catapultato dalle sale sfarzose di Palazzo d’Orleans, sede della presidenza della Regione, a una cella grigia con quattro brande. In tanti hanno sottolineato come abbia accettato la condanna definitiva senza clamore: un comportamento, questo, del tutto normale, non fosse questo un Paese in cui lo sport preferito dai politici inquisiti è gridare al complotto della magistratura.

«Sono stato per trent’anni un uomo delle istituzioni, ci mancherebbe che non le rispettassi anche ora – dice -. Secondo i giudici ho commesso un reato grave. Io non lo penso, e ricordo che molti anni fa sono stato uno dei primi a dire che la mafia fa schifo: non è facile per chi, come me, viveva in Sicilia. Nonostante ciò, doverosamente mi inchino davanti alle toghe».

Divide la cella con tre detenuti: uno condannato per truffa, gli altri per droga. «Ho raggiunto una certa serenità, mi sorreggono l’affetto della famiglia, la solidarietà dei compagni di carcere e la fede che alimenta il mio desiderio di speranza», assicura. Ma aggiunge che non è stato sempre così. Ricorda la sera in cui entrò in carcere. «Ero a Roma. Quando l’avvocato mi telefonò per dirmi che la sentenza era stata emessa mi sentii sprofondare». Il 22 gennaio era sabato. «Sapevo che probabilmente l’ordine di custodia non sarebbe stato notificato prima di lunedì. Avrei potuto avere altre 48 ore di libertà, ma decisi di presentarmi subito alla caserma dei carabinieri».

L’ordine di arresto fu notificato quella stessa sera. «Fui preso in consegna da tre uomini del Ros di Palermo – continua Cuffaro -. Chissà come mai mi aspettavano a Roma da due giorni, cioè da prima che fosse pronunciata la mia condanna. Uno di loro, nell’auto che mi stava portando a Rebibbia, mi ammanettò. Forse avrebbe potuto farne a meno. Era come se quei ferri mi avessero serrato il cuore oltre che i polsi».

La sua nuova e dura vita gli faceva paura: «Credevo che il carcere fosse come nei film, un concentrato di violenza bruta. Niente di più falso: qui ci sono solidarietà e comprensione, questo è un mondo con regole giuste e che in quanto tali vanno rispettate». Ora è più sereno, per quanto si possa esserlo in un carcere. «Gli altri detenuti mi apprezzano come arbitro nelle partite di calcio. Ho introdotto una nuova regola: chi bestemmia viene espulso dal campo per cinque minuti».

Gran parte della giornata la trascorre in cella, a scrivere: «Ricevo una quantità incredibile di lettere: 4 mila 500 fino a oggi. Cerco di rispondere a tutti». Lui, che è medico, si è iscritto alla facoltà di giurisprudenza: «Ho sostenuto tre esami, uno con il professore Diliberto (Oliviero Diliberto, leader dei Comunisti italiani, ndr) che mi ha dato un bel 30». Il momento più duro è la notte: «Dormo poco, con il buio arrivano pensieri angosciosi». Non pochi politici vanno a trovarlo, «da Cesa a Casini, da Castagnetti a Quagliariello e D’Antoni; i più assidui sono Follini e Mannino».

E poi c’è da studiare le strategie difensive per le inchieste giudiziarie che ancora lo coinvolgono. Se da alcune accuse è stato prosciolto, Cuffaro è tutt’ora indagato assieme al ministro Saverio Romano e al senatore del Pdl Carlo Vizzini per corruzione aggravata dall’aver favorito Cosa Nostra.

La politica, dice Cuffaro, gli manca da matti. Ricorda quando un milione di voti lo consacravano governatore della Sicilia e poi senatore. «C’era gente che aspettava per ore davanti alla mia porta – ricorda -. Li ricevevo tutti, dall’imprenditore al contadino. Molti non mi chiedevano niente. Quando glielo facevo notare mi rispondevano così: “Totò, mi vuoi privare del piacere di raccontare che ti ho incontrato?”. La politica, per me, era puro spirito di servizio». Dice che alla sua rovina molto hanno contribuito i media: «Ero potente e votatissimo in Sicilia, quindi il bersaglio ideale».

E ricorda la storia delle foto che fecero il giro del mondo di lui che reggeva una guantiera di cannoli dopo la condanna in primo grado a «soli» cinque anni per favoreggiamento «semplice»: una sentenza che sarebbe stata poi resa più pesante in appello e confermata in Cassazione. Il fatto che i giudici non gli avessero affibbiato l’aggravante «mafiosa», scrissero i giornali, era per lui motivo di festeggiamenti.

«In realtà – spiega l’ex Governatore -, quei cannoli li aveva portati un impiegato della Regione e io li stavo togliendo». Al mondo della politica Cuffaro non potrà tornare, per lui c’è l’interdizione dall’elettorato attivo e passivo. «Non potrò essere eletto né eleggere. Pensi quale formidabile legge del contrappasso mi ha colpito: io, che ricevevo voti a valanga non ne darò uno». Ma quale sarà, allora, il suo futuro? «Coltiverò fichi d’india, uva e olive». Agricoltore ma anche scrittore. In cella ha già finito il suo primo libro. Titolo: «Il candore delle cornacchie», quelle «che si radunano sotto le finestre delle celle e sono nostre compagne». È la storia in 450 pagine di Salvatore Cuffaro, detenuto nel carcere di Rebibbia.

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