Corte Suprema bacchetta giudici di Milano su esito del processo al paparazzo: “meritava una pena più dura”

Fabrizio Corona

Con la sentenza di Cassazione numero 43317 i giudici della Consulta hanno bacchettato la procura di Milano. Per quale motivo, tra i tanti che accorrono ormai spontaneamente alla mente: toghe rosse all’opera? Insano giustizialismo? Lentezze burocratiche?

Nulla di tutto questo. Anzi, secondo gli autorevoli giuristi, nel caso in esame, i magistrati milanesi sono stati fin troppo celeri e indulgenti: la condanna a Fabrizio Corona, l’ex paparazzo dei vip, doveva essere più pesante, e visto che la sentenza di secondo grado è stata fin troppo benevola, i pm di Milano avrebbero dovuto presentare ricorso e chiedere un nuovo giudizio. La vicenda è quella delle foto ai calciatori Francesco Coco e Adriano, immortalati in incontri ‘sconvenienti’, e ricattati dal prode fotografo.

La Cassazione ha sì confermato la pena ridotta per il fotografo decisa in appello, ma ha anche puntato il dito contro i magistrati del capoluogo lombardo, rei appunto di aver accettato l’assoluzione di Corona dall’accusa di estorsione ai danni di Coco. Per i supremi giudici il fatto che l’ex amico e collaboratore di Lele Mora si sia fatto dare da Coco 6 mila euro non è un fatto «neutrale».

La corte d’appello di Milano ha invece ritenuto esigua la cifra pagata dall’ex terzino del Milan e non sussistente il danno alla reputazione del calciatore, un giudizio che i magistrati della Consulta hanno considerato del tutto illogico e incongruo.

Secondo la suprema corte, infatti, non si può sostenere la «neutralità della somma di ben 6 mila euro sborsata dal Coco per rientrare in possesso delle fotografie».

La fotografia di Coco? Mostrava «abitudini di vita sospette di sregolatezza». Quanto al fatto che gli scatti che lo ritraevano in una discoteca mentre ballava a torso nudo con un altro ragazzo non fossero dannosi per il suo “onore”, la Cassazione ha osservato che in realtà uno sportivo di professione ha «interesse a proporre di sé al pubblico un’immagine pienamente conforme alle sobrie abitudini di vita congeniali a chi deve massimizzare la propria forma fisica». Invece quegli scatti potevano evidenziare “abitudini di vita sospette di sregolatezza”.

“Non c’è prova che nel calcio ci sia omofobia”. Questo, ha scritto la Consulta, non per il pregiudizio che poteva derivare al Coco dalla frequentazione di un gay (quale era il «partner di quel ballo»), ma solo per il rischio che il pubblico, vedendo quelle foto, potesse pensare che aveva una vita notturna troppo intensa.

Per inciso, i giudici hanno osservato che non c’è alcuna prova, nemmeno come «massima di esperienza» del fatto che «negli ambienti delle tifoserie calcistiche dominerebbero tendenze omofobe».

Dopo aver bacchettato la procura milanese, la Cassazione ha spiegato perché ha considerato giusta la condanna del paparazzo per tentata estorsione ai danni di Adriano e di Coco: non perché Corona non avesser diritto a far pubblicare le foto in suo possesso, ma perché ai calciatori aveva fatto valere «la prospettiva della pubblicazione come strumento di pressione per ottenere da loro un compenso per la restituzione delle foto».

Con questo verdetto è stata in ogni caso confermata la riduzione di pena per Corona che ha così ottenuto la condanna “light” a un anno, cinque mesi di reclusione e 300 euro di multa con la revoca delle pene accessorie. In primo grado, invece, il tribunale di Milano con sentenza del 10 dicembre 2009 lo aveva condannato a 3 anni e 8 mesi di reclusione e 800 euro di multa (oltre all’interdizione temporanea dai pubblici uffici) ritenendolo colpevole dell’estorsione ai danni di Coco e della tentata estorsione ai danni del motociclista Marco Melandri, di Adriano e, nuovamente, di Coco.

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