Maxiprocesso infligge duro colpo alla criminalità. Alla lettura della sentenza applausi ironici e insulti in aula

uno degli affiliati arrestati in Lombardia

Il gup di Milano Roberto Arnaldi ha inflitto 110 condanne fino a 16 anni di reclusione nell’ambito del processo in abbreviato nato dal blitz della Dda milanese che il 13 luglio del 2010 portò in carcere 170 persone solo in Lombardia.

Secondo quanto si apprende ci sono state cinque assoluzioni, altre tre per ne bis in idem e un’ultima estinta per morte del reo. Alla lettura della sentenza si sono scatenati applausi di protesta da parte dei detenuti che hanno urlato ‘buffoni’ e sarebbero partiti insulti anche agli avvocati.

Ci sono volute oltre 30 ore di camera di consiglio. Ma alla fine, la sentenza che mette un punto sul fenomeno dell’infiltrazione della ’ndrangheta in Lombardia è arrivata. Nell’aula bunker di Ponte Lambro, il giudice per le udienze preliminari ha letto un dispositivo con il quale sono stati condannati fino a 16 anni di reclusione 110 tra boss e semplici «braccianti» della malavita organizzata, che nella regione ha messo radici, cercato agganci e – soprattutto – fatto affari.

Cinque, invece, le assoluzioni (tra cui quella di Antonio Oliverio, ex assessore provinciale di Milano). Quattro infine i «non luogo a procedere»: per tre imputati già giudicati per i medesimi fatti in altro procedimento, e per un detenuto morto nei mesi scorsi. In sostanza, l’impianto accusatorio della Procura ha retto. In aula, dopo la lettura della sentenza, è socppiata la protesta degli imputati, che hanno applaudito ironicamente e insultato toghe (e anche avvocati) al grido di «buffoni». Pasquale Zappia, considerato il «capo dei capi» (condannato a 12 anni), si è sentito male ed è stato portato via in ambulanza.

Nel maxi-procedimento figuravano quasi tutti i capi delle 15 cosiddette «locali» di ’ndrangheta individuate in Lombadia dai pubblici ministeri Ilda Boccassini, Alessandra Dolci e Paolo Storari, titolari delle indagini. Le locali erano coordinate da un organo chiamato «la Lombardia», in cui avevano rivestito un ruolo di vertice, nel corso del tempo, Cosimo Barranca, Carmelo Novella (ucciso il 14 luglio 2008), e – all’epoca degli arresti, avvenuti nel luglio dello scorso anno – , Pasquale Zappia, nominato il 31 agosto 2009 in un vertice filmato dagli investigatori in un centro a Paderno Dugnano intitolato a Falcone e Borsellino. Secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, «la Lombardia» concedeva agli affiliati «cariche» e «doti», secondo gerarchie prestabilite e attraverso cerimonie e rituali tipici dell’associazione mafiosa.

E gli affiliati, alcuni dei quali giudicati in separato giudizio, avrebbero commesso omicidi, reati in materia di armi, droga, estorsione, usura, corruzione, esercizio abusivo di attività finanziaria, riciclaggio, favoreggiamento di latitanza, ricettazione, coercizione elettorale. Il tutto per acquisire appalti pubblici e privati, condizionare le amministrazioni politiche.

Lo scorso luglio, al termine della discussione, la procura aveva chiesto 118 condanne fino a 20 anni di carcere e l’assoluzione dell’ex assessore provinciale Antonio Oliverio. Erano stati chiesti 20 anni per Alessandro Manno, capo di una delle quindici locali; 18 anni per Pasquale Zappia, Vincenzo Mandalari, Pasquale Varca, Vincenzo Rispoli e Cosimo Barranca; 16 anni per Pietro Panetta e Salvatore Strangio. Nel procedimento si sono costituiti parte civile la Regione Lombardia, i comuni di Pavia, Bollate, Paderno Dugnano, Desio, Seregno e Giussano, il ministero dell’Interno, la presidenza del Consiglio e la Federazione antiracket italiana di Tano Grasso.

L’impianto accusatorio istruito dalla Procura con zero pentiti conteggia 1 milione e 494mila contatti intercettati in due anni su 572 utenze, 25mila ore di telefonate, 20mila ore di colloqui registrati in auto-casa-campagne-ristoranti-lavanderie, e 63mila ore di video.

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