Mentre la folla festeggia le dimissioni, i giovani del Pdl “regalano” a Berlusconi gli unici applausi romani

i cori per Silvio Berlusconi

La notizia gira di bocca in bocca, di cellulare in cellulare, di piazza in piazza. Ma è tutto vero, è confermata: Silvio Berlusconi si è dimesso. Un boato senza fine, un’onda di abbracci, di baci, di gioia. Esplodono i tappi dello spumante, insieme all’entusiasmo: «Libertà, è finita». Sono tutti in strada da ore, i detrattori dell’ormai ex presidente del Consiglio, e ora danzano, saltano, cantano ai piedi del Quirinale.

È Capodanno, è Carnevale. Ne hanno seguito gli spostamenti. Uno slogan e un insulto, un “buffone” e un “vattene a cas”, a ogni stazione del suo ultimo percorso da premier in città. Fino al capolinea, ormai obbligato, in cima al Colle. Qui, forse a sottintendere una beffarda Via Crucis, l’aspettano tra la folla un’orchestrina e un coro, con l’Alleluja di Haendel. L’aspetta un breve lancio di monetine, da parte del Popolo Viola. Una citazione, un simbolo.

Perchè l’incubo di Silvio ha un nome e una data: Hotel Raphael, 30 aprile 1993. Quella pioggia di monetine su Bettino Craxi che diventò il simbolo della caduta della Prima repubblica. E lui, Berlusconi, il giorno prima, andò a salutare l’amico (passando, prudentemente, dal retro).

Allora tutto si consumò a largo Febo. Oggi il “quadrilatero dell’addio”, nel cuore di una Roma paralizzata dal traffico e dai caroselli, ha per vertici Palazzo Chigi, la Camera, Palazzo Grazioli, il Quirinale. E sono tutti lì da ore, ogni minuto di più, prima decine, poi centinaia. Al Quirinale saranno migliaia. A Montecitorio, in attesa del via libera alla legge di stabilità c’è già chi parla di «giorno storico», intona l’inno di Mameli, sventola tricolori. La polizia intanto alza transenne, ma l’aria non è di rissa.

È più da Mondiali di calcio, tutti in strada, pugni sui clacson e bandiere in festa. Se la temperatura lo permettesse, forse si tufferebbero nelle fontane. Spuntano perfino le vuvuzelas. Tensione solo quando, a piazza Colonna, arrivano i militanti di Forza Nuova. Ma in piazza, in realtà, si sente più ‘Bella ciaò. Perchè il 12 novembre, si legge sui cartelli del Popolo viola, che riesce nonostante la polizia ad arrivare alla spicciolata ai piedi di Palazzo Grazioli, è già la «Festa della liberazione».

Ma eccolo, arriva. È uscito dall’ingresso posteriore di Palazzo Chigi, entra da quello posteriore della sua residenza. «A casa, a casa – si sente dalla folla – buffone, via la mafia dallo stato».

Qui, però, ad accoglierlo, c’è anche la sua gente, i giovani Pdl: «C’è solo un presidente» scandisce un coro in giacca e cravatta. Uno striscione lo definisce ‘Eroe della liberta«. Una carezza, forse l’unica, in mezzo ai pugni; lui li saluta, respira. La contestazione »è qualcosa che mi amareggia profondamente« mormorerà coi suoi l’uomo del predellino e dei bagni di folla. Il sorriso del Premier nell’ascoltare gli unici cori d’affetto e applausi della serata è quasi quello dell’imperatore che assapora l’ultima carezza prima dello schiaffo che sa già di pugno da ko.

La rabbia, stasera, sembra però diffusa su tutta la sua cerchia. Nitto Palma e Stracquadanio ricevono la loro dose di ‘buffonè. Lupi, Cicchitto e Fitto fanno il pieno di fischi. Alla Meloni viene suggerito di dedicarsi al ‘bunga bungà. Qualcuno perde aplomb, come Sacconi, che saluta col dito medio un contestatore. Formigoni fa lo stesso, ma aggiunge le corna. La Carfagna prova a replicare alle critiche di una donna che attende sul retro di Palazzo Grazioli.

Al Quirinale Berlusconi però entra dall’ingresso principale. Una folla incontenibile, che preme sulle transenne, cerca di avvicinarsi alle auto del presidente dimissionario. Ormai sono tutti qua. Toni da stadio, e il grido è uno: »Buffone, mafioso, in galera«. Fino alla notizia, quella più attesa dai contestatori: Berlusconi si è dimesso. L’ormai ex premier non affronterà di nuovo la folla, uscirà da una porta secondaria. Non vedrà di nuovo quel cartello »Game over« stagliato sulla facciata del Quirinale.

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