Folla in festa, fiumi di champagne e concertino con orchestra davanti al Quirinale: è l’addio al Cavaliere

Silvio Berlusconi

Il Cavaliere se ne va e l’Italia esulta. Coriandoli, cori, bandiere dell’Italia che sventolano. La folla invade piazza del Quirinale, dopo l’uscita del premier Berlusconi dal lato del palazzo guardata a vista dagli uomini delle forze dell’ordine, intona Bella ciao.

Uno scroscio di applausi esplode al momento in cui viene stappata una bottiglia di spumante. Punteggiata dai flash delle macchine fotografiche, dei cellulari e degli Iphone, la folla rumoreggia e intona ‘ola’ da stadio, canti e coretti.

E’ la cronaca dell’addio che segna la fine di un’era lunga 17 anni. Un ciclo che ha carattaerizzato la vita politica nel Paese tra aspre contrapposizioni e che di riflesso ja soprattutto generato, specie sul finire dell’impero di Arcore, una rivolta sociale nei confronti dell’ormai ex Premier. Un uomo solo al comando, travolto dal suo stesso delirio e dalla errata consapevolezza di pensarsi immortale.

Il passo indietro giunge alle 21.41 senza strappi rispetto a un copione ampiamente previsto. Con un solo fuori programma: una folla crescente che si raduna attorno ai luoghi simbolo della crisi, da Montecitorio al Quirinale, il teatro dell’epilogo del governo.

E qui l’attesa per l’addio del premier è stata scandita dall’esecuzione dell’Hallelujah di Handel improvvisata da un gruppo di musicisti, mentre tricolori e bandiere europee punteggiano la folla. Così come cartelli beffardi, lanci di monetine e cori di chi grida “buffone, buffone” o intona l’inno di Mameli, accolgono l’arrivo del Cavaliere al Quirinale. Gli stessi cori che ne accompagnano l’uscita, un’ora dopo, da un accesso secondario prima della festa di piazza.

Berlusconi ha varcato il portone del Quirinale alle 20.57 con quasi trenta minuti di ritardo rispetto alla tabella di marcia diffusa dalla presidenza della Repubblica (l’appuntamento al Colle era fissato per le 20.30) e dopo un forcing pomeridiano cominciato a Montecitorio al termine del pranzo con il premier in pectore Mario Monti. Prima il via libera della Camera al Ddl stabilità, poi un Cdm alquanto movimentato – nel corso del quale, raccontano i ben informati, qualche ministro prova a convincere il premier a non mollare – e subito dopo l’ufficio di presidenza del Pdl per fissare la linea in vista delle consultazioni di domenica mattina al Quirinale: un sì condizionato al governo Monti solo per attuare il programma della lettera consegnata ai vertici Ue e con Gianni Letta vicepremier (ma il sottosegretario davanti al capo dello Stato dirà: «Faccio un passo indietro, non voglio essere né un problema né un ostacolo»). Quindi, al termine di una giornata di fuoco, le dimissioni annunciate la scorsa settimana nell’ultimo colloquio con Giorgio Napolitano.

Nel comunicato diffuso alla fine di quel faccia a faccia era comparso il passaggio sollecitato dall’opposizione e atteso dai mercati. «Una volta compiuto tale adempimento (il via libera alla legge di stabilità, ndr), il presidente del Consiglio rimetterà il suo mandato al capo dello Stato». È l’ultimo tassello di un’era cominciata diciassette anni fa con un video passato agli annali in cui il patron della tv commerciale annunciava la sua discesa in campo, una traversata giunta ora al capolinea.

L’addio formalizzato in serata al Quirinale si è però di fatto consumato qualche ora prima nell’aula della Camera durante il rush finale sul Ddl stabilità. È lì che va in scena l’atto finale del berlusconismo. Quando il capogruppo alla Camera, Fabrizio Cicchitto, uno degli uomini più vicini al Cavaliere, chiude il suo intervento ringraziandolo per quanto fatto in questi anni al governo, i deputati della maggioranza scattano in piedi scandendo il nome del presidente del Consiglio in mezzo agli applausi che lo avevano accolto anche al suo ingresso nell’emiciclo.

È l’unico momento in cui sul volto di Berlusconi si intravvede l’emozione, trattenuta a stento, per l’imminente uscita di scena. Quegli applausi, cui fanno da contraltare le urla dell’opposizione, spingono il premier ad alzarsi dal banco del governo e a rispondere con un leggero inchino al sostegno dei suoi, come un attore al termine dell’opera. Poi l’uscita frettolosa dall’aula, al termine del voto, in silenzio e senza le consuete battute alle parlamentari che avrebbero voluto salutarlo. Mentre la folla, davanti a Palazzo Chigi, intona l’inno di Mameli e a Montecitorio sale il coro «dimissioni» scandito ad alta voce da centinaia di persone. Sono le ultime ore di Berlusconi premier. Di lì a poco, al Colle, si chiuderà il sipario.

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