In carriera si è occupato di complesse indagini, dalla strage di Ustica agli omicidi Pecorelli, Calvi, D’Antona

Tribunale di Catania

Si è spaccato il plenum del Consiglio superiore della magistratura, ma dopo estenuanti trattative, sedute e votazioni senza esito ce l’ha fatta Giovanni Salvi, già pubblico ministero a Roma e poi sostituto pg in Cassazione, a diventare procuratore della Repubblica di Catania.

Nella città dove è finito sotto inchiesta per mafia il governatore della Sicilia Raffaele Lombardo e dove l’attuale reggente della Procura Sebastiano Patanè aveva «derubricato» i fatti a voto di scambio, Salvi l’ha spuntata con 13 voti, contro gli 11 andati a Giuseppe Gennaro, il procuratore aggiunto in corsa per questa ambita poltrona come l’attuale procuratore generale di Catania Giovanni Tinebra, fermatosi ad appena 2 voti.

Quest’ultimo sorpreso perché alla prima votazione aveva ottenuto 8 «sì», contro i 10 di Salvi e i 7 di Gennaro. Sorpreso anche perché nel ballottaggio finale ha visto spostare i «suoi» consensi di Magistratura indipendente su Salvi, forte sin dalle prime battute del sostegno sia di togati e laici di sinistra sia del primo presidente e del procuratore generale della Cassazione, infine appoggiato anche dallo stesso vicepresidente del Csm Michele Vietti, inizialmente rimasto imparziale ed estraneo al voto.

Salvi che si è occupato di complesse indagini, dalla strage di Ustica agli omicidi Pecorelli, Calvi e D’Antona, comprese tante inchieste sul terrorismo, dai Nar alle Brigate rosse, in magistratura dal 1979, arriva a Catania a 59 anni, dopo una lunga permanenza alla Procura di Roma come sostituto e dopo una esperienza a Palazzo dei Marescialli, la sede del Csm dove nel 2002 approdò da consigliere togato.

Il vero sconfitto che si è sentito mollare soprattutto dalle componenti di centro sinistra viene considerato il sostituto Gennaro, un catanese addirittura rimproverato l’anno scorso dal governatore Lombardo in lite con il Pdl di avere offerto la sua testa su un piatto d’argento all’allora guardasigilli Angelino Alfano.

Circostanze smentite e mai provate, tipiche di un terreno paludoso come quello siciliano dove lo stesso Gennaro è rimasto bloccato dai sospetti e da una vecchia foto in cui compare seduto accanto a un boss di San Giovani La Punta. Contesto «del tutto irrilevante», sempre minimizzato da Gennaro: «Si tratta di fatti pregressi notoriamente definiti in tutte le competenti sedi istituzionali».

Ma anche su questo hanno battuto pesante alcuni giornali di sinistra e alcune componenti politiche, a cominciare dall’irriducibile Giuseppe Arnone, il Saint Just del Pd agrigentino per l’occasione in trasferta a Catania. Una città dove la magistratura non è mai stata considerata estranea ai poteri consolidati.

Come accusava la radicale Rita Bernardini invitando a non votare Tinebra. Veleni di di cui dovrà tenere conto il nuovo procuratore che dovrebbe insediarsi presto nell’ufficio dove lo stesso Gennaro con altri tre sostituti s’era visto revocare la delega sull’inchiesta Iblis, la stessa sfrondata dal reggente Patanè con lo stralcio della posizione di Lombardo e del fratello deputato. Scelta apprezzata due mesi fa da Tinebra che resta adesso come procuratore generale al secondo piano dello stesso palazzo di giustizia, un piano sopra quello di Salvi.

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