In sette mesi 26mila raid Nato per deporre il lungo regime del Colonnello ucciso pochi giorni fa dai ribelli

aerei Nato in azione Libia

Il primo ministro del Consiglio nazionale di transizione libico, Mahmoud Jibril, ha annunciato alla televisione al Arabiya che sono state trovate armi nucleari in Libia. Alla mezzanotte di oggi, intanto, si conclude formalmente la missione Unified Protector della Nato: il controllo dello spazio aereo libico passerà sotto la responsabilità delle autorità libiche.

Jibril ha affermato che l’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea) darà l’annuncio ufficiale del ritrovamento nei prossimi giorni.

Dopo sette mesi di missione, finisce dunque l’operazione militare della Nato in Libia. “La fine delle operazioni il 31 ottobre è stata decisa all’unanimità” ha indicato venerdì scorso una fonte diplomatica dell’Alleanza, al termine di una riunione del Consiglio atlantico a Bruxelles allargato ai cinque Paesi non membri che hanno preso parte all’operazione nel paese nordafricano (Qatar, Emirati Arabi, Marocco, Giordania e Svezia).

“Il nostro compito militare è ormai compiuto”, ha confermato il segretario generale dell’Alleanza, Anders Fogh Rasmussen, dopo che il Consiglio di Sicurezza dell’Onu ha revocato il mandato che autorizzava la comunità internazionale al ricorso alla forza militare in Libia a protezione della popolazione civile.

Nei fatti, l’embargo sulle armi a Gheddafi e i circa 26mila raid aerei della Nato, di cui oltre 9.650 con scopo “offensivo”, hanno ampiamente contribuito al cambio di regime in Libia dopo oltre quarant’anni di dittatura, anche se ciò non ha mai rappresentato l’obiettivo ufficiale della missione.

Dalla riunione della scorsa settimana a Doha dei capi di Stato maggiore dei paesi impegnati nella missione Nato in Libia, si sta facendo strada l’ipotesi di un nuovo intervento multinazionale – al di fuori dell’ambito Nato – che possa affiancare le nuove forze di sicurezza libiche in attività che vanno dall’addestramento delle forze di sicurezza libiche al sequestro delle armi, fino al controllo dei confini e all’assistenza per la ricostruzione delle istituzioni locali. Anche l’Italia, secondo quanto riferito dal ministro della Difesa Ignazio La Russa, è pronta a fare la sua parte.

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