Associazione a delinquere e favoreggiamento, ma ora è testimone. L’uomo ombra sconterà solo 1 anno e 8 mesi

Luigi Bisignani

Va tutto come previsto e Luigi Bisignani esce dalla scena giudiziaria napoletana. Il lobbista accusato di associazione a delinquere e favoreggiamento del parlamentare del Pdl Alfonso Papa – a sua volta imputato di corruzione, concussione ed estorsione nei confronti di alcuni imprenditori – chiude l’accordo con i pubblici ministeri e concorda una pena a un anno e otto mesi. Ma soprattutto ottiene un patteggiamento «tombale», dunque fine del processo e delle indagini tuttora in fase istruttoria. In aula potrà essere chiamato soltanto come testimone.

Comincia alle 10.15 l’udienza davanti alla prima sezione del tribunale di Napoli e viene rispettato il copione stabilito da accusa e difesa: da una parte gli avvocati Fabio Lattanzi e Giampiero Pirolo, dall’altra i sostituti Henry John Woodcock e Francesco Curcio. Il patto prevedeva una richiesta di nullità per difetto di notifica che consentisse di riaprire i termini in modo da poter accedere al rito alternativo. Pirolo presenta l’istanza, Woodcock la appoggia specificando come tre giorni fa lo stesso Bisignani abbia formalizzato la richiesta di patteggiare la pena. E al presidente del tribunale non resta altra scelta che riconoscere l’effettivo errore procedurale.

Alfonso Papa, per la prima volta in tribunale dopo l’arresto autorizzato il 20 luglio scorso dalla Camera, assiste impotente. I suoi avvocati cercano di accodarsi, sottolineano la necessità di non separare il destino dei due imputati e per questo chiedono che un’eventuale riapertura dei termini possa riguardare anche il loro cliente. Ma non sortiscono l’effetto sperato. E Papa resta solo a difendersi dall’accusa di aver ricattato i titolari di alcune aziende con informazioni riservate sulle inchieste in corso. Notizie segrete carpite grazie alla sua «rete», in cambio delle quali si sarebbe fatto elargire soldi, auto di lusso, viaggi, contratti lavorativi per sua moglie e per le sue amanti.

Bisignani torna dunque davanti al Gip che dovrà ratificare l’accordo: un anno e due mesi di condanna per l’associazione a delinquere, sei mesi per il favoreggiamento. Tenendo conto che da quattro mesi è agli arresti domiciliari, appena sarà emesso il decreto tornerà in libertà. I suoi legali si mostrano soddisfatti del risultato, ancor più la Procura che in questo modo può rivendicare di aver condotto un’inchiesta solida e di aver ottenuto il riconoscimento di colpevolezza dell’imputato. Ma anche la possibilità di poterlo riconvocare al processo come testimone, tenendo conto che durante l’istruttoria aveva già accettato di rispondere per tre volte alle domande degli inquirenti.

L’uscita di scena di Bisignani fa calare il sipario sulle centinaia e centinaia di intercettazioni telefoniche e ambientali che documentavano i suoi incontri e le sue conversazioni nell’ufficio di piazza Mignanelli, nel cuore di Roma, dove il lobbista riceveva ministri, imprenditori, politici, giornalisti. E dove riusciva a orientare persino le scelte del governo. I magistrati potranno eventualmente utilizzare soltanto quelle relative a reati commessi da altri. Nulla potranno invece fare con i documenti custoditi nei computer di Bisignani e da lui acquisiti illegalmente grazie a un sofisticato programma che gli consentiva – semplicemente inviando una email – di copiare l’intera memoria del destinatario. Ma anche di quelli che aveva ricevuto in maniera lecita e che – secondo alcune indiscrezioni – potrebbero essere classificati come «riservati» perché provenienti da uomini dell’intelligence.

Il processo è stato rinviato all’8 novembre. Dopo alcune questioni procedurali, si comincerà ad esaminare la lista dei testimoni. Sono numerose le persone che potrebbero essere chiamate a rendere dichiarazioni in aula sui rapporti tra Papa e gli imprenditori, ma soprattutto su quelli con i politici. Del resto le intercettazioni hanno mostrato le frequentazioni del parlamentare con i vertici del Pdl e i suoi tentativi di accreditarsi presso il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi per ottenere un posto da sottosegretario. Nell’elenco c’è anche l’onorevole Marco Milanese, l’ex braccio destro del ministro Giulio Tremonti, che nell’ambito dell’inchiesta sulla cosidetta P4 di cui anche Papa è accusato di far parte, è già stato interrogato diverse volte.

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