Questa classe politica continua a non comprendere il disagio sociale ed economico: ora deve andare a casa

Titanic Italia

Ci risiamo. Sembra un film già visto. Stesso copione e stessi attori. Nulla è cambiato, solo  si è aggiunto qualche  scena in più. Ci si è messa la crisi, la guerra in Libia, l’Europa, le divisioni interne. Insomma peggio di così non può andare.

Di giorno in giorno sembra che alla nostra caduta non ci sia fine. E sembra che il governo non faccia nulla per impedirla, ma solo per farci precipitare in un baratro più profondo. Ogni giorno si sentono tante affermazioni prive di significato. Si sente parlare del tutto e del nulla, ma mai dell’essenziale.

Ci parlano di Gheddafi, di come è morto, (e dinanzi a tanta ferocia contro un uomo vinto non si può non provare una sorta di repulsione, e non si può non constatare che le ragioni dei vincitori non possono e non debbono occultare la barbarie del loro gesto!), di veline, e di tanto altro, ma non ci dicono mai la cosa più importante, cioè che siamo “ostaggi” dei francesi e dei tedeschi, e che in Europa ormai non siamo più dei partner, ma un paese che rischia di esplodere da un momento all’altro, e che i nostri politici non aspettano altro che l’occasione buona per vendere i nostri beni pubblici. Insomma per infliggere il colpo mortale al nostro povero paese.

Chissà chi acquisterà il Colosseo, i cadenti scavi di Pompei, e tutto ciò che oggi è dello Stato? Non ci stupiremmo di apprendere che chi vende oggi, acquisti poi domani. Siamo o non siamo il paese delle macchiette? Inutile nasconderselo gli italiani provano un gusto tutto particolare, quasi sadico, nel farsi beffare e nel farsi ingannare da una classe politica di fannulloni  e faccendieri di ogni specie!

Mi domando dove sono ora i predicatori della “pace” e tutti coloro che si sono scagliati contro i contestatori del 15 ottobre? Perché tacciono dinanzi a questa vergogna nazionale e dinanzi ad una classe dirigente, che pur di non rinunciare alla propria poltrona e di non ammettere il proprio fallimento, ci sta portando alla rovina?

Se non è accettabile ciò che è avvenuto il 15 ottobre, nemmeno è tollerabile che la “responsabilità” sia diventata la bandiera di politici senza scrupoli, che pur di non perdere la poltrona  non consentono di dare una svolta a questo paese.

I temporeggiatori, i moderati di sempre purtroppo non hanno compreso che c’è poco da aspettare. O l’attuale classe politica va a casa, o affonda l’Italia. Non c’è una terza via. E lo si arguisce ogni giorno che passa. O si esce da questa stretta o si  affonda.

Le cose da fare sono chiare a tutti, meno che alla destra e alla sinistra. Sono troppo lontani dalla realtà e devono lasciare che altri prendano il loro posto, e soprattutto la devono smettere di ergersi a detentori di “ricette” e di possibili soluzioni, che in realtà non posseggono.

Hanno fallito e devono avere il coraggio di ammetterlo. Berlusconi, Bossi, Casini, Fini, Bersani, Di Pietro, Vendola ed altri dovrebbero avere il coraggio di lasciare spazio ad nuova generazione di politici. In venti anni hanno portato l’Italia al fallimento e non possono rappresentare un paese che ha bisogno di nuovo, di un cambiamento radicale, di volti diversi, di idee nuove ed è stanco di sentire ripetere la stanca litania di un copione già visto molte volte.

Gli scontri del 15 ottobre sono i primi segni di un paese al collasso, traumatizzato di una politica incapace di qualunque voce, e che mancando di una guida “civile e morale”, ha fatto ricorso alla violenza.

E la politica non ha compreso che a questo disagio non si risponde con leggi speciali o con arresti, ma curando il male e cercando di capire che cosa c’è che non va e soprattutto cercando di arginare il malessere sociale che si diffonde sempre più nei ceti più deboli, che vedono nella violenza l’unica alternativa possibile.

Non basta insomma condannare, ma vanno comprese le ragioni e vanno attivate velocemente politiche che diano delle risposte a questo malessere, e che riducano le differenze sociali tra chi ha troppo e a chi ha sempre meno.

Ed ora che l’Europa ci ha dato l’aut-aut ci risiamo. Siamo di nuovo a punto e daccapo. Con lucida freddezza Berlusconi ha detto che il debito lo devono saldare coloro che devono andare in pensione, che dovranno andarci a 67 anni e che dobbiamo vendere i nostri beni pubblici.

E chi li acquisterà ci domandiamo? I francesi o i tedeschi che oggi ci impongono misure per la crisi? O chi altro?  Non so voi, ma questo in me produce una profonda indignazione.

Non mi interessa nulla che il premier la notte faccia i festini. È un problema suo. Ma mi importa se mi parla di innalzare l’età pensionabile o di vendere ciò che è nostro. Su questo non si può transigere, né tacere. È dovere morale di tutti noi impedire che ciò accada.

Non si può pretendere di uscire dalla crisi aumentando ancora l’età pensionabile, cioè colpendo i ceti più deboli, né vendendo i beni pubblici.  Non è questa la ricetta. E non c’è certo bisogno di un governo per fare questo o di grandi statisti. Insomma se non sono in grado di farci uscire dalla crisi senza mettere le mani ancora una volta nelle nostre tasche, lo dicano chiaro e tondo. Chi non é in grado di governare abbia la dignità di farsi da parte.

C’è la necessità di un ridistribuzione della nostra ricchezza e fare sì che chi guadagna di più paghi di più e che ognuno paghi in giusta misura il dovuto allo stato.

È necessaria una politica che non sprema i ceti deboli, ma che favorisca la ridistribuzione della ricchezza e che faccia lavorare i giovani. L’Italia ha bisogno di un ricambio generazionale, di braccia ed idee nuove. E tutti noi dobbiamo smetterla di nasconderci dietro la maschera di un finto buonismo.

Dobbiamo avere il coraggio di assumerci le nostre responsabilità, di dire apertamente che una classe politica così non la vogliamo e che non accettiamo e che non permetteremo che ci portino alla rovina.

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