Continuano le rivelazioni e versioni contrastanti tra la tesi ufficiale della sparatoria e quelle di alcuni insorti

Gheddafi eliminato

Giovedì mattina mi sono svegliato assieme ai miei uomini nei nostri bivacchi alla periferia di Sirte pensando che sarebbe stata un’altra giornata di combattimenti senza troppe novità. E invece, meno di tre ore dopo, era cambiato tutto. Gheddafi ferito stava sdraiato sul selciato, proprio davanti ai miei piedi. E la guerra era finita».

Racconta così Hammad Mufta Ali, nato a Misurata 28 anni fa, da aprile comandante della Qatiba (brigata) Dawahi (periferie), che due giorni fa è stata tra le unità della guerriglia rivoluzionaria in prima linea nella cattura e poi uccisione del Colonnello. Parla in italiano comprensibile. «Sino a dicembre lavoravo in un luna park di Bologna, si chiama Catarini. Con loro ho girato mezza Italia per oltre quattro anni. Un grande divertimento. Appena tornato in Libia mi sono unito alle manifestazioni contro la dittatura. Ora che abbiamo vinto spero però di ripartire per l’estero. Magari cercherò di tornare in Italia».

Lo incontriamo tra i guerriglieri di guardia alla cella frigorifera dove è posto il cadavere di Gheddafi. Sorride contento di poter parlare con i giornalisti. Nelle ultime ore, i dirigenti del Consiglio nazionale transitorio cercano di fare passare la versione per cui non ci sarebbe stato alcun linciaggio, né tanto meno alcuna esecuzione a freddo del prigioniero. Lo abbiamo notato dal nervosismo con cui i soldati ai posti di blocco rispondono alle nostre domande.

«C’è stata una sparatoria dopo che Gheddafi era stato fermato. I suoi pretoriani hanno cercato di liberarlo. E in quel frangente lui è rimasto ucciso»: è la tesi ufficiale. Ma nessuno ha ancora spiegato ad Ali cosa dire ai giornalisti. «C’era molta confusione. Gheddafi era attorniato dai nostri uomini. L’ho visto spintonato, venire trascinato sul selciato. Tanti gridavano, lui farfugliava che era disposto a regalare soldi e oro a tutti, purché lo lasciassero andare. Perdeva sangue, tanto sangue. A 69 anni il corpo non regge. Per me è morto dissanguato», spiega. E sembra in buona fede. Se non altro, il suo racconto è diverso da quelli dei suoi comandanti.

«Alle otto di giovedì ci hanno detto che dovevamo andare subito con le nostre auto verso l’ultimo quartiere dei lealisti. Via radio mi hanno avvisato che i nemici stavano scappando sui gipponi. Siamo arrivati vicino al lungomare e abbiamo sentito gli scoppi delle bombe lanciate dall’Onu. Subito dopo ho visto una trentina di gipponi quattro ruote passarci vicino. Procedevano con difficoltà. La strada era ingombra di macerie e resa pericolosa dagli ordigni inesplosi. C’è stato uno scontro a fuoco violentissimo. Li abbiamo inseguiti per pochi chilometri. Loro si sono divisi. Non era semplice distinguere le loro auto dalle nostre. L’unico criterio era che loro sono molto meglio equipaggiati di noi. I loro fucili sono modelli modernissimi, come non ne ho mai visti».

Gheddafi è l’ultimo a venire fuori. Ci sono uomini della Qatiba «Al Nimr» (Tigri), sempre di Misurata, e della Qatiba «Gharian», dal nome del villaggione verso le montagne berbere. «Io non ho visto che Gheddafi stava nascosto nel buco per il drenaggio dell’acqua.

Quando sono arrivato l’avevano già buttato a terra dopo che era stato catturato. Ma ho visto che era ridotto molto male: per le schegge, i proiettili, ma anche le botte. Sono rimasto sbalordito. Noi tutti sapevamo che a Sirte stava nascosto suo figlio Mutassim. Eravamo quasi certi di trovarlo. Ma non Gheddafi in persona. Ero convinto fosse da tempo nel deserto, nel cuore del Sahara, magari già scappato in Nigeria o Ciad».

Cosa succede in quel momento? Chi lo uccide? È vero che un giovane gli spara alla testa con una pistola calibro nove? «Io ho visto altro», risponde deciso.

«Gheddafi era confuso, chiaramente spaventato. Ripeteva che avrebbe dato soldi a tutti, che avrebbe pagato per le scuole dei nostri bambini. A un certo punto qualcuno gli ha gridato che al posto di parlare di soldi avrebbe dovuto pregare, da buon musulmano, affidare l’anima a Dio prima di morire. Lui invece ha continuato a dirci che era pronto a darci soldi, tanti soldi e oro». Trascorrono meno di cinque minuti. Ali vede che Gheddafi viene trascinato sul pianale di un pick up, come è testimoniato anche dai video ripresi dai cellulari dei ribelli e trasmessi dalle televisioni. «È deceduto su quel pianale. Perdeva tanto sangue. Probabilmente il fisico non ha retto. Quando sono ripartiti con lui sdraiato sul retro penso fosse già morto».

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