Velletri, Roma, 12 settembre 1990: il custode di una villa assiste ad una scena cruenta. Una auto si ferma, alcuni sconosciuti afferrano un uomo, tappandogli la bocca, l’auto riparte a gran velocità. Un rapimento.

L’uomo sequestrato ha 30 anni, si chiama Davide Cervia, è un ex sottufficiale della Marina militare, un tecnico qualificato, grande esperto in radar e intercettatori. E il suo sequestro avviene quando manca ormai pochissimo alla prima guerra del Golfo, la prima guerra contro Saddam Hussein.

Davide Cervia – all’epoca lo sanno in pochi – è uno dei massimi esperti, non solo italiani ma internazionali, in guerra elettronica. La sua qualifica, prima di lasciare la carriera militare, era quella di GE. Da qualche tempo non si occupa più della sua specializzazione. La vita militare gli andava un po’ stretta. E allora ha scelto di tornare civile, trovarsi un impiego in un’azienda elettronica di Ariccia, sposarsi con Marisa e avere due figlie.

Una vita tranquilla la sua, in una villetta di Velletri. Tranquilla fino a quando Davide non è scomparso nel nulla. Perché dal suo ruolino la Marina farà subito scomparire tutti i riferimenti alla sua specializzazione? Segnalazioni hanno dato Cervia in Libia. Dovè finito Davide Cervia?

Chi lo ha rapito è interessato al suo know-how e alle doti tecnico-militari acquisite in Marina e nelle aziende della cosiddetta Tiburtina Valley. Lui è la “chiave di volta” di un sistema altrimenti indecifrabile come ad esempio quello impiegato nella guerra elettronica.

Marisa il giorno successivo al rapimento, denuncia la scomparsa del marito e oggi attende ancora il perché di quel “furto” al cuore della sua famiglia. Le indagini stentano a partire, i carabinieri brancolano nel buio per settimane: la procura di Velletri non sa da che parte cominciare perché non ha mezzi e uomini a sufficienza per affrontare un’inchiesta del genere.

L’unica traccia concreta risale forse a sette anni dalla scomparsa di Davide, una telefonata rompe il silenzio in casa Cervia, un solo trillo nel cuore della notte, capace di riaccendere in un attimo, le speranze che l’ex marinaio possa essere ancora vivo. Marisa sembra ormai essere assuefatta: di telefonate mute, infatti, ne ha ricevute moltissime dal giorno successivo al rapimento di suo marito: tutte uguali, tutte insignificanti come le numerose lettere anonime.

Quella telefonata Marisa non la dimenticherà mai. Mentre sale le scale nel suo appartamento per andare a prendere il telefono al piano di sopra, ha come un presentimento: è tardi, è da poco passata la mezzanotte e il telefono che squilla stavolta non è come sempre il fisso, ma il cellulare, di cui pochi conoscono il numero. Marisa risponde e sente una gran confusione rotta da una voce, che le fa urlare il nome di suo marito. Marisa non ha dubbi, è la voce di Davide, non importa quanto tempo è passato, lei la riconoscerebbe tra milioni. Suo marito sta parlando con altre persone, in italiano, sono diversi uomini e almeno una donna, parlano di questioni tecniche ma dalla voce di Davide non si percepisce tensione nell’ambiente.

Marisa grida al telefono, tenta in tutti i modi di farsi sentire, ma può solo ascoltare perché dall’altro capo nessuno risponde, potrebbe anche essere una registrazione. Prima che la linea cada, riesce solo a far sentire quella voce a sua madre che la riconosce come quella di suo genero. Poi la telefonata viene interrotta e il silenzio ripiomba ancora più pesante.

C’è voluto tutto il coraggio, la tenacia e l’ostinazione di Marisa e della sua famiglia, in particolare del padre Alberto, perché qualcuno scrivesse, nero su bianco, che Davide Cervia fu vittima di un sequestro, ma questo è avvenuto solo troppi anni dopo. L’ha scritto l’allora sostituto procuratore generale della Corte d’Appello di Roma, Luciano Infelisi, chiedendo nel novembre del 1999 l’archiviazione dell’unica indagine che sia giunta a conclusione, pur non facendo piena luce sul caso, “perché ignoti gli autori del reato”.

Il silenzio, l’omertà e le infiltrazioni nella vicenda, hanno sollecitato chi sapeva a non dire e, in presenza di testimoni e di gravi indizi, suggerito la superficialità, derubricando, come si dice in gergo giudiziario, un sequestro di persona in una fuga d’amore o, peggio ancora, in un suicidio.

Secondo il procuratore Luciano Infelisi, Cervia non aveva motivo di allontanarsi volontariamente dalla sua abitazione, né di togliersi la vita. Le indagini poi, hanno appurato che quel pomeriggio Davide era tornato a casa perché aveva appuntamento con i tecnici dell’Enel per dei lavori e, che per la mattina successiva, aveva chiesto a un suo collega di portargli le uova fresche per suoi bambini.

Dalle indagini emergerà un quadro caratteriale di Davide contraddistinto dalla serenità nei rapporti con gli altri, dall’attaccamento verso la sua famiglia, con particolare riguardo ai figli e al loro futuro, ma anche dall’interesse nei confronti di una carriera in espansione.

Ad aiutare la verità sono in pochi ma i canali utilizzati a volte possono trasformare le richieste in grida. Qualcuno contatta apertamente “Chi l’ha visto?”, altri direttamente la famiglia con la convinzione che dietro il destino di Cervia ci sia la Marina e le maledette armi elettroniche che lui conosceva e sapeva maneggiare.

A togliere il velo al mutismo anche Lucio P., esperto in guerra elettronica e compagno di corso di Davide a Taranto. Lucio conferma, per esperienza personale, l’appetibilità sul mercato della loro specializzazione.

Ad esempio degli sconosciuti sono arrivati ad offrirgli diecimila dollari al mese, per recarsi in Medio Oriente, a lavorare con apparecchiature che lui conosce. Lucio racconta, di aver subito per anni pressioni e altri pesanti tentativi intimidatori, dalla manomissione dell’auto, ai colpi di fucile sparati contro le finestre di casa e dal 1985 al 1990 verrà più volte avvicinato da strani emissari. Ma anche di fronte a questa testimonianza, assai attendibile, nulla cambia.

Davide Cervia

Inquieta l’inerzia incontrata dentro quei palazzi dove i familiari di Cervia e gli inquirenti hanno tentato di trovare delle risposte, arrivando fin dentro la stanza di un ministro della Difesa. Allarmano i contenuti delle lettere anonime giunte in questi anni alla famiglia Cervia, che in alcuni casi sembrano avvalorare la tesi secondo cui l’uomo sarebbe stato rapito da agenti segreti di una potenza straniera per sfruttare la sua specializzazione.

Da altre fonti si apprende che il sottufficiale avrebbe perso la vita il 4 febbraio 1991 in un centro radar a nord di Bassora (Iraq) colpito da un missile tattico; successivamente viene segnalato insieme ad altri esperti italiani, in una struttura dell’intelligence irachena a Zawra Park, sulle rive del Tigri, bombardata dagli americani nel luglio del 1993.

Nel 1994 una lettera anonima tira in ballo l’Arabia Saudita e un’altra la Libia, affermando che Davide è vivo ma prigioniero di Gheddafi, in mezzo al deserto, in una zona che si trova tra le città di Socna e Sebha, dove due persone lo avrebbero riconosciuto a bordo di un tir, vestito con una mimetica.

Due anni dopo altre lettere anonime affermano che Cervia sarebbe ancora vivo in una base sotterranea segreta in Iraq, a centodieci chilometri da Baghdad, ma l’Ambasciata irachena presso la Santa Sede smentirà questa fonte. Anche i servizi ricevono segnalazioni, due in particolare.

La prima, dell’8 marzo 1993, secondo cui Cervia è a Kirkuk, in Iraq ai confini con l’Iran in territorio curdo, in uno stabilimento militare. La seconda arriva da Praga, undici giorni dopo, dove una “fonte” siriana soffia al Sismi che Davide è stato rapito da membri dell’organizzazione Abu Nidal e condotto in Libia. Ma le piste sembrano non fermarsi tanto da coinvolgere anche la Francia e le rotte dell’Air France.

La Guerra nel Golfo scoppia appena un mese prima della scomparsa di Cervia. All’inizio degli anni Novanta le cronache raccontano delle truppe di Saddam Hussein che invadono il Kuwait, ma anche di traffici internazionali di armamenti e apparecchiature elettroniche destinate alla Difesa. Parlano anche di importanti società italiane (Fincantieri, Oto Melara, Aeritalia, Selenia, Elettronica, Sma e Meteor) in commercio con il Medio Oriente e con il Nord Africa e di esperti italiani “noleggiati” alla Libia di Gheddafi, all’Iraq di Saddam e all’Iran di Khomeyni per addestrare militari all’uso delle apparecchiature made in Tiburtina Valley.

Ma il nostro hardware, lo stesso su cui Cervia si era fatto le ossa in Marina, come il sistema missilistico antinave Otomat-Teseo, finiva anche in Egitto, India, Indonesia, Venezuela, Perù, Ecuador, Malesia, Nigeria, Marocco e Thailandia. In buona sostanza da questo quadro emerge che a quell’epoca erano molti i Paesi e le organizzazioni, più o meno clandestine, interessate a ottenere a ogni costo, i migliori specialisti del settore.

Il 3 novembre 1999 l’indagine viene chiusa. Il procuratore generale Infelisi mette nero su bianco le sue conclusioni senza lasciare alcun dubbio, senza condizionali, o incertezze. Secondo le sue indagini, e rispetto a quanto si deduce da molteplici aspetti, Cervia fu vittima di un sequestro di persona a opera di ignoti. Ecco le conclusioni di Infelisi nella sua requisitoria:

La personalità del Davide Cervia, l’assenza di turbe particolari o di una volontà di fuga da parte dello stesso come risulta non solo dal suo carattere mite e tranquillo ma anche dalle circostanze, riferite dai testi secondo cui il Cervia per il giorno della sua scomparsa aveva convocato gli operai dell’Enel per degli allacci ulteriori di corrente elettrica alla sua casa, e aveva altresì addirittura richiesto per la mattina del 13 settembre ad un suo compagno di lavoro delle uova fresche per i suoi bambini che tanto amava, escludono una scomparsa volontaria da parte dello stesso.

Di contro le testimonianze del Mario C. che sentì le urla di invocazione di aiuto da parte del Cervia, e del Alfio G. che vide due macchine in fuga nella circostanza di tempo e di luogo della scomparsa, una delle quali individuata nell’auto del Cervia, portano alla formulazione della ipotesi criminosa p.p. dall’articolo 605, 110 c.p. perché in concorso tra loro privano con violenza e minaccia Cervia Davide della libertà personale. In Velletri, Contrada Colle dei Marmi n°. 28 il 12 settembre 1990.

Gli autori del reato sono ignoti alla giustizia, i loro nomi sono sconosciuti e forse nessuno saprà mai come sono andate veramente le cose quel giorno a Velletri. Marisa, la moglie di Cervia, i suoi due figli, i genitori, attendono che sia fatta giustizia e, dentro di loro, hanno ancora una flebile speranza di riabbracciare Davide.

Le indagini su questa inquietante vicenda sono ferme al 5 aprile 2000, quando il giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Velletri, Paola Astolfi, ritenuti ignoti gli autori del sequestro, ha archiviato l’inchiesta della procura generale di Roma pur condividendone le conclusioni.

In questi giorni Marisa e Alberto Gentile guardano le immagini trasmesse dalla Libia, la caduta del regime e la morte di Gheddafi, pensando a quante volte la verità sulla scomparsa di Davide Cervia è stata nascosta. La speranza che il governo italiano possa oggi fare luce sulla scomparsa del tecnico di guerra elettronica, ex sergente della Marina Militare, è, per loro, ormai lettera morta.

ll rapimento di Davide Cervia è legato ai misteri d’Italia, a quella Libia dominata per 42 anni da Gheddafi, il colonnello che non ha mai smesso di basare il suo potere anche sui rapporti strettissimi con l’Italia. Davide non era uno qualsiasi, tanto che sul suo dossier gli ufficiali scrissero: «Ha contribuito in maniera fattiva alla esecuzione delle manutenzioni preventive e correttive sugli apparati GE, facendosi apprezzare per l’elevata preparazione professionale, l’interesse e la dedizione al servizio».

Gli elementi che ricollegano la sua scomparsa alla Libia sono moltissimi: «A Taranto, quando Davide fece il corso della Marina – spiega Alberto Gentile – vi erano moltissimi marinai libici e qualcuno potrebbe aver notato la sua preparazione». L’assistenza militare del regime di Gheddafi è sempre stata una nostra specialità, fino a pochi mesi prima del conflitto, quando abbiamo fornito diverse corvette alla marina libica. Vi fu poi una testimonianza di due operai italiani appena tornati dalla Libia, raccolta da un giornalista sportivo nel 1994, che riferirono di aver visto Cervia nella zona centrale del paese. E ancora: proprio la Libia alla fine degli anni ‘80 aveva contrattato diverse imprese italiane per sistemare le navi attrezzate con il sistema Teseo Otomat. Un tecnico come Cervia era sicuramente preziosissimo.

Il 23 dicembre del 1996 ci fu una prima velata ammissione della pista libica del rapimento di Davide Cervia arrivò – seppur indirettamente – dal governo italiano: «L’allora sottosegretario agli esteri Rino Serri ci disse che stavano trattando il rilascio di Davide con i libici – ricorda Alberto Gentile – ma noi non dovevamo più parlare di rapimento. Passarono i mesi e nulla accadde». Poi calò di nuovo il silenzio.

Adesso l’apertura dei bunker di Gheddafi potrebbe forse essere una chance irripetibile per ricostruire quello che è accaduto a Davide Cervia. Nella confusione che regna a Tripoli in queste ore è però difficile capire chi è in grado di controllare gli archivi del raìs. Un contributo molto importante può venire dal “nostro uomo a Tripoli”, l’ex numero due del regime Jalloud, fuggito in Italia con l’aiuto del Aise. Serve però qualcuno che abbia voglia di chiedere una vera collaborazione.

Lo stesso Cnt – che vorrebbe dare una svolta democratica alla Libia – ora che ha trasferito il governo provvisorio nei palazzi del potere a Tripoli- avrebbe la possibilità di aprire gli archivi, con una importante operazione verità.

La morte di Gheddafi potrà svelare il segreto della scomparsa di Davide Cervia?

http://www.dailymotion.com/video/xltfcl_libia-i-simboli-del-regime-il-bunker-anti-atomico-a-tripoli-una-intera-citta-sotterranea-fatta-di-co_news

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