Nessuna istanza per un nuovo dibattimento e il Tar archivia la richiesta di riapertura della casa da gioco

il sogno infranto del casinò

Il Comune di Taormina non presenta istanza per la fissazione di un’udienza e perde la causa per ottenere la riapertura del casinò. L’azione legale della casa municipale era stata intentata nel 1999 presso il Tar di Catania contro il Ministero dell’Interno e gli altri Comuni italiani dove tuttora le case da gioco sono aperte.

Il 13 ottobre 2011, con apposito decreto decisorio depositato in segreteria il 19 ottobre, la Terza sezione del Tar ha dichiarato “perento” il ricorso.

Il Tar ha sancito, in pratica, l’estinzione del procedimento che verteva sulla tesi della disparità normativa di trattamento tra Taormina e i casinò di Campione d’Italia, Sanremo, Venezia e quindi anche Saint-Vincent.

La perenzione è, infatti, un istituto introdotto nel processo amministrativo nel 1907 in analogia a quanto previsto nel diritto civile, per il quale se entro un certo periodo le parti non dimostrano, tramite compimento di atti, interesse per la causa pendente, il giudice, rilevata l’impossibilità di decidere nel merito, dichiara appunto l’estinzione del ricorso.

E alla luce dell’inattività del Comune di Taormina, che non ha dato mandato al proprio avvocato, di andare avanti nell’azione, il Tar di Catania ha posto fine al procedimento.

La disciplina della perenzione è contenuta negli art. 23 e 25 della legge T.A.R., nell’art 40 T.U. CDS e nell’art. 45 RD 642/1907. Ai sensi dell’art 23 della legge T.A.R. “la discussione del ricorso deve essere richiesta dal ricorrente ovvero dall’amministrazione o da altra parte costituita con apposita istanza da presentarsi entro il termine massimo di due anni dal deposito del ricorso”. L’art. 25 dispone che “i ricorsi si considerano abbandonati se nel corso di due anni non sia compiuto alcun atto di procedura”. Con la riforma del processo amministrativo la normativa è stata riordinata ed il termine di perenzione è stato, per altro, ridotto in alcuni casi ad 1 anno (art. 81 del D.lgs 104/10).

Nel caso specifico, l’articolo che viene richiamato nel dispositivo, come vedremo più avanti, è qui l’82, inerente “ricorsi ultraquinquennali”

Il Comune aveva a disposizione un ampio arco di tempo per far continuare la causa ma – scelta o disattenzione che sia – ha fatto cadere l’iter, perdendo senza lottare una delle già residue chance di riconoscimento normativo per la riapertura del casinò o perlomeno in materia di legittimazione del diritto.

Il ricorso fu fatto contro il Ministero dell’Interno, difeso dall’Avvocatura dello Stato, e nei confronti del Comune di Campione D’Italia (non costituito).

La causa aveva visto l’intervento ad opponendum non solo di Campione ma anche del Comune di Sanremo, ed inoltre resistente era il Comune di Venezia. Taormina chiedeva l’annullamento del rigetto dell’istanza di autorizzazione all’apertura di una casa da gioco.

“Considerato che nel termine e modo previsti dall’art.82, co.1, cod. proc.amm. non è stata presentata nuova istanza di fissazione di udienza” – scrive il presidente Calogero Ferlisi – “si dichiara perento il ricorso”.

Il citato art. 82. – Perenzione dei ricorsi ultraquinquennali” – afferma per l’esattezza che:

1) Dopo il decorso di cinque anni dalla data di deposito del ricorso, la segreteria comunica alle parti costituite apposito avviso in virtù del quale è fatto onere al ricorrente di presentare nuova istanza di fissazione di udienza, sottoscritta dalla parte che ha rilasciato la procura di cui all’articolo 24 e dal suo difensore, entro centottanta giorni dalla data di ricezione dell’avviso. In difetto di tale nuova istanza, il ricorso è dichiarato perento.  2) Se, in assenza dell’avviso di cui al comma 1, è comunicato alle parti l’avviso di fissazione dell’udienza di discussione nel merito, il ricorso è deciso qualora il ricorrente dichiari, anche in udienza a mezzo del proprio difensore, di avere interesse alla decisione; altrimenti è dichiarato perento dal presidente del collegio con decreto.

Sinora questi erano stati i momenti salienti della causa: la sospensione del giudizio con ordinanza collegiale il 17/12/99, poi il ricorso fu rimesso alla corte costituzionale il 10/02/2000 e il 18 gennaio 2002 un’ordinanza cautelare che respinse la richiesta di sospensiva.

Tutto si è fermato a quando il 5 giugno 2002 vennero depositate alcune comunicazioni in Cassazione. Ora le parti hanno 60 giorni per opporsi al decreto. Probabile che poi il ricorso non avrebbe sortito esiti sperati ma il punto è un altro. Desta perplessità il fatto che il Comune abbia fatto “morire” così, senza lottare né intraprendere azioni analoghe, una causa che esprime una “ferita” storica profonda 50 anni per la città di Taormina.

Ed anche dal punto di vista prettamente mediatico trattandosi del casinò era una causa da tenere in vita: la si poteva e doveva gestire molto meglio, se non altro tenendo conto della rilevanza delle parti coinvolte nel giudizio e per il segnale che si sarebbe potuto dare all’esterno.

Ci si è, altresì, fermati alla vana e illusoria speranza di qualche legge che non arriverà mai. Senza dimenticare l’inutile spazio e proscenio dedicato in anni recenti alla prospettiva di cosiddette gaming hall e kursaal, sale da gioco con macchinette che non saranno mai un vero casinò.

Certamente rimane l’anomalia dei tre decreti-legge in deroga al codice penale, che hanno autorizzato Sanremo (1927), Campione (1933) e Venezia (1936), e l’atto del governatore della Valle D’Aosta del 1946 per Saint Vincent. Invece, per la Cassazione, nel caso di Taormina, “non sussiste alcuna norma di legge che autorizzasse, direttamente o implicitamente, la richiesta”.

Quel casinò di cui Taormina aveva assaporato l’ebbrezza tra il 1962 e il 1965, diciamolo molto chiaramente, non tornerà più e mezzo secolo dopo i tempi sono cambiati: meglio mettersi l’anima in pace.

E’ un epilogo, comunque, mesto e impietoso la resa a mani basse di Taormina in un contenzioso carico di significati. Una sconfitta, nella forma e la sostanza, per lo più “figlia” dell’ennesima negligenza ed acclarata pochezza di qualche innominabile assessore.

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