Azione giudiziaria contro le Fs per lesione del diritto alla mobilità. La Regione contesta l’abbandono della Sicilia

i treni in Sicilia ormai un miraggio

Il contratto di servizio non c’è e non ci sarà a meno di improbabili intese delle quali non si intravvedono le condizioni. Il piano di fuga di Fs denunciato addirittura nel 2009 dalla Cgil (minacciata di querele, mai pervenute) si sta puntualmente verificando e nulla sembra possa arginarlo, anzi con la prossima Finanziarie le cose possono solo peggiorare, sottolinea il segretario della Filt Pino Foti.

Le sorti future del trasporto su rotaia in Sicilia, insomma, non sono magnifiche e tantomeno progressive, specie adesso che comincia a toccarsi con mano quanto improbabile sia la realizzazione del Ponte sullo Stretto: la grande opera alla quale due popoli delegano da decenni – ma sarebbe meglio dire i loro governanti – ipotetiche ambizioni di crescita e di riscatto e in virtù della quale un Governo dopo l’altro ha lesinato investimento nell’isola, «perché tanto arriverà una pioggia di quattrini grazie al Ponte».

Quel che avverrà – scrive Francesco Celi sulla Gazzetta del Sud – non è dato saperlo, non oggi almeno, quel che avviene invece sì: l’abbandono della Sicilia da parte di Fs va avanti ed è un processo inarrestabile. Ghettizzante, disgregatore. Il governo Lombardo ha così deciso di avviare un’azione giudiziaria nei confronti delle Ferrovie dello Stato «che stanno dismettendo i treni notturni». Capo di imputazione: lesione al diritto alla mobilità.

L’amministratore delegato Moretti farà spallucce, ma, seppur tardivamente, si apre un contenzioso, soprattutto politico, non sottovalutabile nei suoi effetti. Compresa quella mobilitazione generale auspicata da tempo dalle organizzazioni sindacali, lasciate sole in una contesa azzoppata dai silenzi politici. Il piano di Fs è noto: via dalla Sicilia, che è un ramo secco dal punto di vista finanziario; sia la Regione ad assumere l’onere della gestione del trasporto su rotaia.

Intanto, fatale contrazione dei treni a lunga percorrenza (ne sono rimasti sei), compressione del servizio cargo e di traghettamento nello Stretto, cancellazione delle sale operative e degli impianti di manutenzione: annunciata la chiusura entro il 2012 dell’Officina grandi riparazioni di Messina. La Regione, va da sé, non può assumere alcun onere. Ha deciso di abolire le Province (arcinoti i tagli nel comparto sanità), delegherà agli enti locali numerose materie, figuriamoci se può assumere la gestione del servizio ferroviario, tanto più che negli ultimi dieci anni, in particolare durante la presidenza Cuffaro, s’è puntato sul trasporto extraurbano su gomma.

E sorvoliamo sul conflitto di interessi familiari: una strategia che di fatto ha lasciato operare indisturbate le Fs che via via hanno fatto passo indietro. Fs, dunque, chiude scali, riduce servizi e taglia convogli; ciò mentre Bruxelles – la stessa Bruxelles che non crede più al Ponte – inserisce nella lista delle opere di interesse sovranazionale il collegamento ferroviario Messina-Palermo: il raddoppio potrà essere finanziato nel periodo compreso tra il 2014 e il 2020. Ma può bastare? No. In Sicilia su 1500 km di rete, appena 250 sono a doppio binario. Il resto, ovvero 1250 km, è a binario unico e i progetti di ammodernamento e miglioramento sono chiusi nei cassetti. Non sono strategici.

Strategica, per Fs, è la stazione Tiburtina, tra le sei adeguate all’alta velocità, che sarà inaugurata il 28 novembre; strategici, per le Fs, sono i progetti per lo sviluppo delle infrastrutture indiane; strategici, per le Fs, sono in generale gli investimenti oltre confine: quest’anno, ha fatto sapere Moretti, il 10% del fatturato, un miliardo di euro, arriverà dall’estero.

Le Fs operano in Germania con due controllate, in Francia attraverso una joint-venture paritetica con Veolia; i Paesi in via di sviluppo rappresentano la prossima sfida. Non la Sicilia. I treni a lunga percorrenza già dal dicembre dello scorso anno sono solo 7 (ora sono 6, come già rilevato), i vagoni in un anno e mezzo sono scesi da 81 a 69, i posti complessivi da 4004 a 3308, le cuccette ordinarie sono salite da 240 a 300 ma è un effetto delle altre contrazioni tant’è che quelle “comfort” sono scese da 1088 a 1056, i vagoni letto si avviano al dimezzamento, intanto sono diminuiti da 428 a 288, i posti a sedere da 224 a 1664.

È ovvio che una dinamica del genere porti con sé “lutti occupazionali” diffusi: 3000 posti di lavoro in meno. E inaccettabili paradossi rispetto ai quali il sostanziale silenzio di una deputazione nazionale perlopiù di centrodestra a queste latitudini rappresenta una colpevole complicità. Ma vi pare normale che dovendo andare da Agrigento a Venezia i siciliani potrebbero essere costretti prima a prendere un treno fino a Messina per poi scendere con bagagli, figli, carrozzine e anziani, imbarcarsi sulla nave traghetto, scendere alla stazione di Villa San Giovanni e sempre con bagagli, figli o carrozzine e anziani, attendere sotto il sole o con la pioggia la coincidenza per il Settentrione? Inaccettabile, al di là della durata del viaggio (più o meno 16 ore).

Il governo Lombardo ha deciso adesso di muoversi per via giudiziaria contro le Ferrovie dello Stato: tatticismo politico o autentica indignazione e tutela di una comunità composta da quattro milioni di persone? Con l’alta velocità/alta capacità al Nord si può andare da Milano a Roma “no stop” in 3 ore, così come da Roma a Verona; da Salerno in giù si è rimasti indietro di decenni, sotto il punto di vista infrastrutturale perché per il resto si è indietreggiato.

In Francia Fs, con il partner d’oltralpe, ha avviato un collegamento veloce Venezia-Milano-Parigi con biglietti a partire da 35 euro e con tutte le tipologie di servizi. Qualcuno dica ai vertici di Fs, magari potrà farlo lo stesso Lombardo, che la Sicilia è “paese” in via di sviluppo, come l’India, così almeno qualcosa potrà essere investita anche qui.

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