L’operazione della Dia è l’ennesima conferma che la criminalità sta spostando il tiro sulle mete turistiche

la "lavatrice" Taormina

Da diverso tempo ormai si sente nell’aria a Taormina il “profumo” del denaro candido, lavato con perlana. La new economy, a prova di detersivo e risciacquo, cerca spazi e non ha neppure bisogno di fare la voce grossa per prenderseli.

L’operazione attuata in queste ore dalla Dia di Reggio Calabria concretizza un’attività investigativa importante e meticolosa ma al contempo è la perfetta “cartina di tornasole” della Taormina diventata terra di conquista per visitatori che non arrivano per comprare una cartolina nè per visitare il Teatro Greco.

Un albergo è così la punta dell’iceberg, non la pietra dello scandalo, la goccia nel mare della quiete apparente di operazioni finanziarie che si realizzano a suon di milioni e speculazioni silenziose. Come se nulla fosse: perchè da queste parti vige quel luogo comune per cui Taormina è una terra “immacolata” dove tutto al più si può registrare qualche furtarello o qualche saltuario raid di rapinatori in trasferta.

Il maxi-sequestro all’imprenditore “Pupone” è un segnale forte ma anche la conferma impietosa di un’economia che a Taormina non ha più anticorpi.

Solo i ciechi o i finti tonti, non si accorgerebbero che la “vecchia” capitale del turismo siciliano è terra di anomalie e crocevia di ingenti flussi finanziari orbitanti nei sospetti circuiti di attività volte al riciclaggio di denaro.

Taormina è tra le mete che sono oggetto del desiderio di quella moderna criminalità che ha tagliato i ponti con le platealità del passato, ha sostituito la lupara con la cravatta e sta cambiando cittadinanza per emigrare cioè dai luoghi tradizionali alle rinomate mete turistiche. E’ la logica del perseguire dinamiche invisibili e silenziose, la regola del mercato per muovere a luci spente tanti soldi.  

Le strutture alberghiere o di ristorazione sono l’attrattiva funzionale alle mire di chi si incunea nei varchi paesani per mettere qui al sicuro denaro provento di illeciti. 

Anche stavolta, come già in altre analoghe circostanze, è arrivata la Dia di Reggio Calabria a dimostrare con puntualità e dati di fatto che a Taormina certe cose inquietanti accadono sul serio e non sono leggende metropolitane.  

L’imprenditoria locale a Taormina arranca, gli speculatori arrivano e prendono possesso del territorio, pezzo dopo pezzo. I “pirati” fiutano l’occasione, predano, comprano e riciclano. Al taorminese restano i tre mesi estivi per arrangiarsi o magari la scelta di trasferirsi all’estero, come in tanti (e sempre più numerosi) stanno facendo.

E a prescindere dalla vicenda di queste ore, ci si dovrebbe anche iniziare a chiedere se per caso non valga la pena cercare dentro il tessuto di questo piccolo paese altri sciacalli. Soggetti preposti al ruolo di “gancio”, abili e ligi non a caso nell’arte dello spalancare le porte ai forestieri poco raccomandabili.

Difendere l’immagine e l’economia di Taormina è negare l’evidenza per poi soccombere o ammettere il disagio per arginarlo? 

Alla fine l’ipocrisia è la strada più comoda. Si può scegliere di continuare a far passare il messaggio che tutto va bene e tutto è apposto, pur se il confine tra presunti allarmismi e realtà tangibile, poco alla volta, si sta facendo sottile come il filo del rasoio.

I tribunali napoletani e calabresi qualcosa dovrebbero aver insegnato. Altri segnali dovranno ancora arrivare e saranno “salutari”.

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