Amnesty: oltre 2.500 in prigione, a nessuno mostrato mandato di cattura. Utilizzati corde, bastoni e tubi

torture in Libia

Hanno usato bastoni di legno, tubi di gomma, corde e cavi elettrici. Almeno due guardie carcerarie hanno confessato: nelle prigioni di Tripoli e al Zawiya, i detenuti libici sono stati abusati, torturati, percossi per “confessioni” forzose. Nella nuova Libia, insomma, rimangono ancora alcune pratiche vecchie: a denunciarlo è Amnesty International, in un rapporto che è stato reso noto oggi. I ricercatori dell’organizzazione internazionale hanno incontrato circa 300 detenuti dei 2.500 arrestati dai rivoluzionari e attualmente rinchiusi nelle prigioni libiche dalla fine di agosto: almeno due guardie, in due distinti centri di detenzione, hanno ammesso ad Amnesty International di aver picchiato i detenuti per ottenere “confessioni” più rapidamente.

A nessuno dei detenuti incontrati da Amnesty International è stato mostrato un mandato di cattura. In un centro di detenzione, l’organizzazione per i diritti umani ha rinvenuto un bastone di legno, una corda e un tubo di gomma di tipo simile a quelli che vengono usati per picchiare i detenuti col metodo della falaqa (le percosse sulla pianta del piede). In un altro centro di detenzione, i suoi delegati hanno udito urla e il sibilo delle frustate da una cella.

I detenuti hanno riferito che le percosse e le torture sono più gravi al momento del ‘benvenuto’, all’arrivo nel centro di detenzione, ha spiegato Amnesty. Un uomo del Niger, inizialmente presentato ad Amnesty International come ‘mercenario e assassino’, ha rivelato di essere staro costretto a confessare dopo quasi due giorni di pestaggi ininterrotti. Un 17enne del Ciad, accusato di essere uno stupratore e un mercenario, ha riferito ad Amnesty International di essere stato catturato nella sua abitazione, ad agosto, e di essere stato poi trasferito in una scuola dove è stato preso a pugni e percosso con bastoni, cinture, calci dei fucili e cavi di gomma. “Alla fine ho detto quello che volevano sentire; che avevo stuprato le donne e ucciso i libici”, ha raccontato.

“C’è un rischio reale che senza un intervento fermo e immediato, molti errori del passato possano ripetersi. Arresti arbitrari e torture sono state un marchio di fabbrica del regime del colonnello Gheddafi”, ha detto Hassiba Hadj Sahraoui, vice direttore di Amnesty International per il Medio Oriente e il Nord Africa. “Sappiamo che le autorità di transizione stanno stanno facendo fronte a molte sfide, ma se non rompono chiaramente con il passato invieranno il messaggio che i maltrattamenti dei detenuti saranno tollerati anche nella nuova Libia”, ha aggiunto il funzionario di Amnesty.

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