Delitto al cianuro: nessun colpevole

Il 22 febbraio 2000 moriva Francesca Moretti: chi l'ha avvelenata? L'amica Daniela Stuto processata e assolta

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Una ragazza morta 11 anni fa in circostanze assurde, un colpevole mai trovato, e una presunta assassina che ha dimostrato la sua innocenza senza neppure ottenere degno risarcimento dalla Stato.

Questa è la storia di Francesca Moretti, 29 anni, laureata in Sociologia ad Urbino e uccisa a Roma il 22 febbraio del 2000 dal cianuro, un veleno potentissimo che ancora oggi non si è mai scoperto chi le abbia dato.  Giunse in ospedale perché sopraffatta dal dolore per un normale mal di schiena, ma poco più tardi Francesca andò incontro alla morte: e i medici scoprirono che in corpo aveva il cianuro.

Tanti, troppi, dubbi affollano ad undici anni di distanza un giallo irrisolto, il mistero inespugnabile della fine tragica di Francesca.

C’ era una fialetta vuota sotto il letto, la notò sua sorella Claudia il giorno dopo la morte: dove sarà finita, quella fiala? E c’ era un bicchiere sul comodino: fu mai analizzato? Eppoi il diario: la madre Maria Assunta disse di averlo bruciato quasi subito per tutelare la privacy della figlia. Ma cosa c’ era scritto di così importante?

Tutto ruota attorno al cianuro: il veleno usato nei romanzi dalle spie, ma anche dai contadini per eliminare i parassiti o dagli artigiani per lucidare il rame.

Per una notte e un giorno è stata messa in cella, e per altri 15 mesi ai domiciliari, accusata di aver ucciso Francesca, la sua amica e coinquilina Daniela Stuto, siciliana di Lentini, che all’ epoca aveva 25 anni.

Daniela studiava Psicologia alla Sapienza e adesso che l’ inferno è passato – e lo Stato l’ ha risarcita per l’ ingiusta detenzione con la misera somma di 52 mila euro – fa la psicoterapeuta a Roma e con il fidanzato d’ allora, Fabrizio, ha costruito la sua famiglia provando anche la felicità, di recente, della prima maternità.

Ma quando l’arrestarono, l’ 8 gennaio 2001, Daniela fu crocifissa al muro: accusata di aver sciolto il cianuro in una minestra al formaggino preparata per l’ amica sofferente di lombosciatalgia. Sequestrarono perfino a un suo zio in Sicilia un bidone con su scritto «cianuro»: ecco dunque dove si era procurata il veleno. Lo zio però candidamente raccontò agli inquirenti che lui quel bidone l’ aveva trovato vuoto anni prima e adesso lo usava solo per cuocere a fuoco lento le bottiglie di pomodoro. Eppure nessuno voleva credere a Daniela.

Il movente, secondo l’ accusa, doveva ricercarsi nella sua gelosia morbosa, esplosa all’ improvviso per la decisione maturata da Francesca di andare a vivere con Graziano Halilovic, un ragazzo rom già sposato e con 5 figli che aveva conosciuto col suo lavoro di ricercatrice nei campi nomadi della Capitale.

Daniela, sospettata pure di amore lesbico, lei che tutti i suoi amici ed amiche, perfino l’ ex fidanzato siciliano d’ un tempo, descrivevano in ben altro modo: «Daniela non ha proprio alcuna tendenza gay e piace ai ragazzi perché sprizza sensualità da tutti i pori…». E altro che privacy! Finì sui giornali quest’ intercettazione: «Sono a letto con Angela, stiamo facendo zin zin…», diceva Daniela per scherzo a una sua amica. Eppure quello «zin zin» vagamente erotico e molto giocoso la inchiodò per mesi come una condanna, fino al giorno dell’ assoluzione piena «per non aver commesso il fatto», il 10 aprile 2002. Sentenza poi confermata in Appello il 3 giugno dell’ anno dopo.

Al processo il responsabile del centro antiveleni del Policlinico Gemelli spiegò che l’ intervallo massimo di tempo tra l’ ingestione del cianuro e il manifestarsi delle prime crisi è di 15-20 minuti. Quel giorno Daniela preparò la minestrina tra le 15 e le 15.30. Ma le condizioni di Francesca precipitarono tra le 16.30 e le 16.59, quando Daniela non era più in casa e Mirela Nistor, la cameriera romena che divideva con loro l’ appartamento, telefonò al suo fidanzato per chiedere aiuto. Gl’ inquirenti allora cambiarono in corsa la scena: il cianuro non più sciolto nella minestra, ma in un «canarino» che Daniela avrebbe preparato a Francesca verso le 16 prima di uscire. «Voli pindarici», secondo la Corte d’ Assise. L’ ambulanza fu chiamata da Mirela alle 17.20. Ventidue minuti dopo, Francesca Moretti fu ricoverata all’ ospedale San Giovanni, dove infine morì alle 19.35.

«L’ ospedale era sprovvisto di reagenti per il veleno – rammenta l’ avvocato Fiorangelo Marinelli, all’ epoca legale della Stuto -, così non capirono che quello era cianuro. Francesca è anche morta di malasanità…». E allora? La Nistor non è mai stata sospettata di niente. Graziano Halilovic, oggi 38 anni e presidente di «Romà onlus», associazione per i diritti dei nomadi, non vuole ricordare: «È una cosa intima, privata, molto personale…».

Le indagini puntarono anche sui campi rom, dove il cianuro si usa per lucidare il rame. Si pensò a una vendetta della moglie di Graziano, Fatima, che aveva minacciato Francesca, «ma Fatima non era stata mai nell’ appartamento», concluse la polizia. Non era la sua, dunque, l’ ombra scura che Francesca pochi giorni prima della morte raccontò spaventata di aver visto in corridoio. Così, nessuno sa ancora oggi cosa accadde veramente nell’ appartamento di via Scalo San Lorenzo 61.

Lo sbaglio di Daniela fu dire alla Pm che l’aveva preparata lei quella minestrina. Così, una volta stabilito che era stata avvelenata, fu accusata di omicidio. E pensare che non c’era nessuno in casa quel giorno e che lei avrebbe potuto dire, fosse stata colpevole, di non aver preparato nulla, di essere rimasta in camera sua o, anche, di non essersi trovata nell’appartamento visto che sulle sedici era andata a far spese ed al ritorno aveva trovato l’ambulanza sotto casa chiamata da un’altra amica nel frattempo rientrata. Lei era salita nell’ambulanza con Francesca perché Francesca voleva lei accanto, erano davvero amiche, e lei le dava i pizzicotti per tenerla sveglia, per farla arrivare viva all’ospedale in modo che la potessero curare. Ma nonostante il suo attaccamento verso l’amica undici mesi dopo, nel gennaio del 2001, fu arrestata.

La sorella di Francesca, Claudia, escluse che la ragazza fosse depressa e avesse intenzione di suicidarsi. Sicuramente era stanca dei rinvii di Graziano, che malgrado le promesse continuava sempre a rimandare la fuga d’ amore con lei. E per questo tra loro scoppiavano anche sovente dei litigi. «Francesca aveva paura del male, credeva nel malocchio, ogni tanto chiedeva a Mirela di farle un rituale – rivelò una delle amiche più intime, Antonella -. Graziano comunque non c’ entra, è una brava persona… Io anzi a questo punto non sono nemmeno sicura che Francesca sia stata uccisa: potrebbe sì aver mangiato un formaggino avvelenato, ma magari da qualche pazzo in un supermercato». E già, perché l’ unica certezza, in questa storia, dopo più di 11 anni, rimane il cianuro.

La richiesta dell’accusa fu di 25 anni di galera. Questo il verdetto dei giudici: “Daniela Stuto è innocente. L’unica ipotesi plausibile è quella del suicidio, l’unica anche perchè fattibile. E’ comprensibile il sentimento di frustrazione del Pm che cerca a ogni costo un colpevole per non far rientrare anche questo caso nel gran numero degli omicidi irrisolti ma, ipotesi per ipotesi, nulla vieta che sia stata una qualsiasi delle altre amiche che vivevano in quella casa a somministrare il cianuro, o che sia stata la stessa Moretti a prenderlo o che sia stato l’Halilovic (il fidanzato con sei figli ed una moglie da cui poi è tornato) a farglielo ingerire“.

E’ la sentenza che in Appello, ma già in primo grado fu la stessa, assolse per non aver commesso il fatto Daniela Stuto. All’uscita dal tribunale la ragazza, segnata da un arresto e da sedici mesi di domiciliari, disse: Questo è il momento che aspettavo da due anni, adesso basta, è finita. Non è facile aprire un giornale e leggere, ‘quella ragazza è un’assassina’, è una ferita che non si rimargina, ne resterò segnata per sempre. Spero che il mio processo metta in evidenza la superficialità con cui, a volte, si fanno le indagini”.
Chi ha ucciso Francesca? E’ l’ennesimo delitto senza un colpevole, nell’Italia che non sa più indagare sui crimini irrisolti.
Questa storia di undici anni fa se guardiamo negli specchi del presente sembra quanto mai attuale: nell’inadeguatezza degli inquirenti, nell’iter processuale confuso e incapace di dare prove schiaccianti, e nel pregiudizio del cercare non il colpevole ma “un” colpevole.

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