L’asse con Pisanu, Alemanno e Formigoni spacca il Pdl. I “frondisti” contano gli incerti e avvertono Berlusconi

Claudio Scajola

La battaglia finale è cominciata. Claudio Scajola sta al centro del ring, rinserra i ranghi e tesse la tela per radunare le forze necessarie a convincere Berlusconi a mettersi da parte o a dare una «scossa» al partito e al governo. Dall’altra parte i pretoriani del Presidente sono già partiti al contrattacco.

L’operazione recupero è già in atto e non è detto che non abbia successo: i più convinti tra i fedelissimi del Cavaliere quantificano in soli 4 o 5 i parlamentari che rimarranno fedeli a Scajola al momento dello strappo, se mai avverrà.

Quel che è certo è che la tensione cresce. La maggioranza prova a blindarsi nei numeri ed è convinta di farcela, ma i timori restano. Anche per questo, mercoledì in aula, sul disegno di legge intercettazioni quasi certamente non metterà la fiducia. Meglio evitare scontri frontali, meglio evitare il rischio di cadere sul voto di fiducia o nei successivi voti segreti sugli emendamenti. La tattica decisa, vista gli eventi, è quella di schivare ogni possibile pretesto per agguati d’Aula. Per questo il ddl intercettazioni potrebbe essere «diluito», annacquato nel tempo.

Nel fortino della Fondazione Colombo, base di Scajola, questa settimana si moltiplicheranno gli incontri. Gli scajoliani, in questa prima fase, fanno battaglia a sé, tenendo a distinguersi anche dai seguaci di Beppe Pisanu, l’altro ribelle della Pdl.

Alla cena della rivolta erano in 17, ma la cerchia dei fedelissimi veri non dovrebbe superare la decina. La questione numerica è comunque più complessa e l’area del disagio molto più vasta.

Per questo Scajola, nel prossimo incontro con Alfano, si prepara a far pesare l’intreccio di malumori, insoddisfazioni e aspettative frustrate che tormentano la maggioranza. Non è un caso che domani sia in scaletta un incontro a tre che vede protagonisti, oltre all’ex ministro, il governatore della Lombardia Roberto Formigoni e il sindaco di Roma Gianni Alemanno.

Nella partita potrebbero entrare anche i Responsabili. Non è un mistero per nessuno che in alcuni casi la loro fedeltà verso il Pdl berlusconiano dipenda soprattutto dalla speranza di essere ricandidati. Su questo punto ci si gioca tutto. Mario Pepe, che da tempo ha lasciato i Responsabili confluendo nel gruppo misto, giura di non essere stato contattato da nessuno: «Perché? Chiedetelo a Scajola o a Pisanu. Comunque non sarò io a far cadere Berlusconi. Gli do fiducia, almeno per ora». Quel che è certo, spiega, è che «se il governo va in crisi, a un nuovo governo Pdl aderiranno in parecchi di quelli che appoggiano ora Berlusconi».

Per esempio, «i deputati dell’ultima sigaretta, i morti che camminano, i parlamentari che sono sicuri di non essere ricandidati e non hanno nulla da perdere». E poi, aggiunge, «ci sono quelli che hanno il doppio incarico e che di fronte a elezioni anticipate perderebbero di sicuro la poltrona».
Anche l’ex leghista Maurizio Grassano, ora tra i Responsabili, va sul concreto: «Io resto dove sono. Se mi stacco dalla pianta Berlusconi, chi mi ricandida?». Chiaro, sintetico, sincero: «Il Pdl, come la Lega, è un partito padronale. Senza Berlusconi non esiste. Se un pezzo di Pdl si stacca da lui, dove va? Berlusconi con Forza Gnocca continuerà a prendere il 20 per cento; loro, con il nome più bello possibile, magari super cattolici democratici, prenderebbero lo zero virgola». Il che, ovviamente, non equivale a fedeltà cieca e assoluta a Berlusconi: «Se Scajola o qualcuno viene da me e dice “sono il leader e fondo un partito”, io valuto».

Gli scajoliani cercano di far leva sulle difficoltà interne della maggioranza. Il segretario Angelino Alfano ha il difficile compito di tirare le fila. Ed è nel mirino anche di qualche esponente del Pdl. Sicuramente qualche tensione c’è stata con Denis Verdini, mentre il ministro Mariastella Gelmini si chiama fuori: «Con Alfano abbiamo un ottimo rapporto. È venuto anche a inaugurare la nostra sede di Brescia».

Con il segretario ce l’hanno di sicuro alcuni scajoliani. Come Paolo Russo: «Io l’ho applaudito molto in passato. Ora, con tristezza, lo sento dire che vinceremo nel 2013. Ma come? In queste condizioni è un’affermazione al limite del risibile. Mi aspettavo che il segretario ripercorresse le mosse del presidente, ma temo che Alfano non sia Berlusconi». Russo vorrebbe «una grande ricostituente moderata» e spiega che, «di fronte alle nostre proposte, ho sentito solo balbettii». Quanto a Berlusconi: «Io credo che debba essere ancora lui il king maker».

La metafora calcistica aiuta a capire: «Nel mondo noi non ci possiamo mandare il Milan, dobbiamo mandare i nostri uomini migliori, la Nazionale. Il leader può essere anche il presidente del Milan, ma solo se si dimentica di esserlo e si ricorda che la sua squadra ha molto vinto ma non basta più per vincere».

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