Giulio diserta la votazione per Milanese e il Premier adesso vuole le sue dimissioni: “è come Ponzio Pilato”

Giulio Tremonti e Silvio Berlusconi

Siamo alla resa dei conti. Silvio Berlusconi vuole tagliare la testa a Giulio Tremonti. Ecco la mossa del Cavliere, pronto a scaricare sul ministro le colpe di una manovra “killer” e buona parte dei trambusti del governo.

«Vi sembra possibile che possa stare al suo posto un ministro che va dicendo in giro, urbi et orbi, che lui ci ha messo tre anni per costruire la credibilità internazionale dell’Italia mentre io l’ho distrutta in tre settimane?». Non è ancora il ben servito ma ci siamo molto vicini.

Il Cavaliere ha fatto partire la manovra per costringere l’inquilino di via XX Settembre alle dimissioni. Non sarà però il premier a chiederle espressamente: al ministro dell’Economia non rimarrà altro da fare quando prenderà atto di essere stato esautorato. Non solo nel suo partito, il Pdl. Anche nella Lega la rottura sembra essersi consumata e su questo Maroni, sempre più forte nel Carroccio, ha un ruolo non secondario.

«Avete ragione», ha risposto Berlusconi ad alcuni ministri che ieri, dopo il consiglio dei ministri, si lamentavano dell’insostenibile presenza di Giulio nel governo, dei suoi comportamenti saccenti e non collaborativi , della sua «intollerabile» assenza in aula per il voto su Milanese. «Noi gli salviamo la pelle – ha osservato uno di loro – è lui parte per Washington senza spostare il volo di alcune ore per venire in aiuto del suo ex collaboratore che gli faceva il lavoro sporco».

«Avete ragione. Tra l’altro – ha osservato il Cavaliere – io ci ho messo la faccia per salvare Milanese mentre lui se n’è lavato le mani come Ponzio Pilato. Dal punto di vista umano è immorale». Il premier ha spiegato che, vista la situazione italiana sui mercati internazionali, non potrà fare il primo passo: «Non posso fare quello che vorrei e dovrei fare, cioè chiedere le sue dimissioni».

Tremonti però non potrà che togliere il disturbo quando verrà messo in pratica la mossa decisa ieri da Berlusconi con i vertici della maggioranza: esautorare Giulio da ogni decisione sui provvedimenti per lo sviluppo. Nelle intenzioni del presidente del Consiglio c’è molta carne a fuoco, anche per abbattere il debito pubblico. Si ragiona sulla vendita di una parte del patrimonio dello Stato, della dismissione di asset non strategici delle aziende pubbliche e di un intervento sulle pensioni. Lo stesso Bossi, su quest’ultimo argomento, sembra più morbido a condizione che i diritti acquisiti vengano salvaguardati.

Quanto di tutto questo verrà fatto è tutto da vedere. Anche perché nella carica berlusconiana c’è altro. La giustizia, le intercettazioni e l’accelerazione sul processo lungo per evitare la condanna a Milano per la vicenda Mills. La prescrizione avverrà comunque durante il secondo grado di giudizio, ma il premier non vuole nessuna macchia: una condanna entro dicembre, anche se in primo grado, gli renderebbe la vita ancora più complicata. Già immagina i commenti della stampa nazionale e internazionale, le pressioni del Quirinale, l’imbarazzo di Napolitano di avere a Palazzo Chigi un presidente del Consiglio azzoppato. Tutto questo mentre continua il bagno di sangue della Borsa e lo spread è schizzato oltre i 400 punti. Come potrà reggere la maggioranza ancora a lungo? Berlusconi è convinto di poter tirare dritto e pensa di mettere mano pure alla legge elettorale se a gennaio la Corte Costituzionale darà il via libera ai referendum. La pratica è già stata assegnata al coordinatore Verdini che avrebbe in mente di preparare una proposta sul modello elettorale spagnolo, con l’indicazione del premier. Ma su questo ancora le idee non collimano con quelle della Lega.

In ogni caso il Cavaliere è convinto che salvare la pelle e di recuperare consensi. «Mi fanno sempre il funerale ma il morto non c’è mai». Pensa alla controffensiva, di tagliare le unghie ai magistrati e allo «Stato di polizia». E per far capire che non molla e non arretrerà di un millimetro su tutti i fronti ha espresso tutta la sua «stima e fiducia» al ministro Romano, accusato di mafia e sul quale si voterà la prossima settimana. Ma il suo colpo grosso per pacificare la maggioranza è far fuori Tremonti.

Il pallino sull’economia dovrà passare totalmente a Palazzo Chigi, nelle mani del premier e di una cabina di regia composta da un gruppo di ministri e di economisti. Un ruolo importante lo avrà l’ex ministro Martino, uno dei più acerrimi nemici di Tremonti. Una task force che dovrà rispondere con forza alla richiesta di rilanciare l’economia, come viene chiesto dall’Europa, dal Quirinale e dalle forze sociali, a cominciare dalla Confindustria.

Dovrà essere tagliato ulteriormente il debito pubblico, ritornando alla carica con un intervento sulle pensioni e questa volta, assicura il premier, Bossi non potrà dire di no. A quel punto, a Tremonti non rimarranno che due strade: o adeguarsi alla nuova musica oppure dimettersi. Non sarà il Cavaliere a fare il primo passo. Ma a Palazzo Grazioli spiegano che la misura è colma, soprattutto dopo la sua assenza di ieri al voto sull’arresto di Milanese.

© Riproduzione Riservata

Commenti