La next generation prepara il dopo Berlusconi: road map Pdl-Lega e patto con l’Udc. Addio all’area Bisignani

Bobo Maroni e Angelino Alfano

«Può piacere o non piacere, ma i numeri ci sono, tutto il resto non conta. Punto e basta». Tecnicamente non fa una piega. Ha ragione Mimmo Scilipoti. Marco Milanese è salvo, merci à Roberto Maroni, che ha giocato a fare il Fini fino a luglio – col malcapitato Alfonso Papa usato come cavia e pertanto rinchiuso in cella a Poggioreale – ma che dopo l’estate ci ha ripensato e ha evitato di indossare la fascia di kamikaze contro la maggioranza. «Ce l’ho fatta per il rotto della cuffia», ha tirato un sospiro Milanese ieri mattina nell’aula a Montecitorio.

Il cannone del Gianicolo – come scrive Francesco Lo Sardo su “l’Europa” – aveva da poco “sparato” il mezzogiorno, quando le artiglierie della sgangherata maggioranza del Cavaliere hanno esploso 312 colpi-voti (sette palle di franchi tiratori hanno centrato l’amico Milanese) per impedire gli arresti del braccio destro di Tremonti, una pericolosissima mina vagante il cui risentimento – in caso di trasloco coatto in galera a seguito di voto parlamentare – avrebbe potuto provocare ulteriori sconquassi.

I risentimenti del Milanese nei confronti di Tremonti, al di là delle dichiarazioni ufficiali, non stati affatto mitigati dal sollievo per il salvataggio dagli arresti: l’assenza di Super-Giulio in aula è stata letta nel Pdl come un gesto irriguardoso nei confronti dell’uomo cui il ministro è stato legato da indissolubile sodalizio per dodici anni: «Una porcata», per usare uno dei più ricorrenti commenti tra i peones, e non solo, berlusconiani.

Ma tant’è. Milanese è salvo. L’onore di Maroni anche: o così, almeno, reputa il ministro leghista. La responsabilità della decisione della Lega di votare con i berluscones contro gli arresti di Milanese se l’è assunta Bossi, Bobo ha soltanto obbedito. Così andrà avanti nelle prossime settimane Maroni, prima distinguendosi e poi obbedendo: per abbindolare i militanti, vincere i congressi leghisti e dare la scalata al Carroccio scalzando il clan del cerchio magico il gioco funziona.
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Per trattenere i voti della Lega in libera uscita ed evitare che il malessere dell’elettorato dilaghi in disaffezione invece non funzionerà. Maroni lo sa, per questo ha un piano che s’intreccia con quello di Angelino Alfano, neosegretario del Pdl, che si sintetizza così: resistere al governo, far quadrato attorno a Berlusconi per tentare di arrivare alla scadenza naturale del 2013 o, alle brutte, mettere in conto elezioni a primavera 2012.

A quell’appuntamento, che sia tra un anno oppure tra due, il Pdl della next generation intende arrivare con in tasca un accordo di governo con Casini, scritto non solo sulla promessa di candidarlo al Quirinale, ma anche di una concretissima riforma della legge elettorale: riaprendo il capitolo delle preferenze chieste dall’Udc e rivisitando le norme sul premio di maggioranza. Addio Porcellum.

La doppia novità, ciò che fa di quest’operazione una sorta di rivoluzione e di rifondazione a destra, è che Berlusconi asseconda il piano e che la Lega, attraverso il fulcro politico di Maroni – piaccia o non piaccia al clan del “cerchio magico” – ne è compartecipe. Per questo il doppio disegno di Alfano e di Maroni non è affatto velleitario: per la prima volta poggerebbe sul consenso del vecchio Berlusconi e, per quel che ancora conta, dell’assai malandato Bossi.

Finora, nel Pdl, tutti i tentativi di aggancio dell’Udc – infrantisi contro il muro della Lega – erano stati operati da quella che, dopo l’inchiesta P4, tra i pidiellini definiscono l’“area Bisignani”: una filiera anti-Lega e anti-Tremonti che aveva per cardine personaggi del calibro di Gianni Letta.

«Il no all’arresto di Milanese, area Tremonti-Lega, dopo il voto che ha spedito in carcere Papa, dell’“area Bisignani”, certifica il tracollo di questo gruppo di potere che aveva per referente l’improbabile corrente Gelmini, Prestigiacomo, Carfagna, Frattini», spiega una deputata scajoliana. Non che si possa parlare di vittoria dell’azzoppato Tremonti: tutt’altro, ma nello sfascio generale, ora che l’area Bisignani non minaccia più nessuno, la next generation del Pdl può lavorare per riagganciare Casini. Ciò che prima non si poteva fare, perché in salsa anti-Lega, oggi si può tentare: con Maroni? Checché ne dica il Cavaliere, tempo per grandi riforme che portino all’elezione diretta del premier o del capo dello stato non ce n’è: perciò, prevede il falco pdl Stracquadanio, Berlusconi non si ricandiderà, a maggior ragione se condannato nel processo Mills.

Per tentare di vincere alle elezioni, anticipate o no, con un Pdl e una Lega in calo di consensi e in corsa senza il Cavaliere, l’intesa con Udc non sarà un optional, ma una necessità. L’alternativa a questo piano non sarebbe la sconfitta e l’opposizione: ma la disintegrazione e la dissoluzione. Casini lo sa bene.

Confidava ieri il segretario Udc Cesa: «Preparatevi, perché a marzo si vota». Dissimulava? Casini ha interesse o no a che Alfano e Maroni stendano la loro rete? Se si aprirà un vero tavolo sulla legge elettorale, se Pdl e Lega metteranno sul piatto le preferenze e un taglio al premio di maggioranza, le risposte ai due quesiti saranno affermative. Con quali conseguenze è presto dirlo.

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