Continua lo spreco di fondi per consulenze inutili e favori ai baronati universitari: e la vera riforma dov’è?

una delle tante proteste sulla scuola

Spesso vorremmo che “Libero” ed altri  motori web invece che parlarci delle avventure del premier ci raccontassero cosa non va in questo paese, e perché stiamo precipitando in una crisi senza precedenti.

Non so voi, ma io personalmente sono diventato insofferente agli show, e quando in televisione o su internet vedo notizie da rotocalco, preferisco voltare pagina ed andare a leggere un bel libro o sfogliare un sito che parli di cose serie. Il migliore modo per sconfiggere un sistema è quello di non continuare ad alimentarlo.

L’urgenza dei tempi che stiamo vivendo, ci dovrebbe imporre almeno la dignità di parlare di cose serie e di fotografare una realtà che  è sempre più cupa. Narcotizzarci con una televisione spazzatura non serve a risolvere i problemi. Tutti noi siamo chiamati a prendere atto della crisi che viviamo, e a portare il nostro contribuito per venire fuori dal tunnel.

Mostrare veline in prima pagina (e il mio non vuole essere un discorso “moralista”, ma solo improntato di sana concretezza!) o discutere delle avventure del premier di certo non ci aiuterà a costruire per tutti noi un paese migliore.

Se continuiamo infatti a sperperare i soldi in consulenze inutili, a favorire il baronato nelle università, a non investire nella scuola, a non stimolare l’impresa, a far fuggire i cervelli, a sottopagare i giovani, non usciremo mai da questa crisi.

Ma non basta solo mettere risorse, deve cambiare la nostra mentalità, se veramente non vogliamo che la nostra barca affondi!

C’è bisogno di una ventata di serietà e di senso di responsabilità (non alla Scilipoti ovviamente!)  in Italia. Non possiamo costruire il futuro se non investiamo sui nostri giovani e se non cerchiamo di rafforzare le basi della nostra scuola per formare una nuova generazione di cittadini.

I giovani sono la nostra ricchezza come paese e noi abbiamo il dovere morale di metterli in condizione di  esprimere al meglio le loro potenzialità e non  di tarpare loro le ali. Ma questo in una società qual è la nostra, dove il potere è nelle mani di una gerontocrazia chiusa nei propri privilegi, è un discorso che fa fatica a passare.

I ceti forti  sono arroccati nei loro privilegi e in una cecità senza precedenti e credono di poter costruire la loro sicurezza sulla pelle di un’intera generazione e non si rendono conto che così stanno mettendo a serio rischio il futuro di tutto il paese.

Loro non sanno cosa sia la crisi e fingono di non accorgersene. Anzi se la ridono, perché pensano che  se come paese affonderemo per loro ci sarà sempre la scialuppa di salvataggio. Ma noi che siamo in “trincea” non possiamo stare a guardare e dobbiamo, se  veramente vogliamo “risorgere” da questa fase buia, ricominciare a ripensare le nostre scelte. Dobbiamo smetterla di ghettizzare la scuola e di considerare gli insegnanti come dei nullafacenti e la formazione delle nuove generazioni come qualcosa di superfluo ed inutile.

Oggi sappiamo infatti che ad assorbire buona parte della nostra spesa pubblica non è certamente la scuola, ma i vari carrozzoni della politica, le spese per consulenze di migliaia e migliaia di euro, che non hanno reso più efficiente il sistema ma lo hanno solo reso fragile e non in grado di competere con altri paesi europei.

Dobbiamo chiedere e pretendere che  i parassiti della politica, i vari amministratori locali, i vari dirigenti, che percepiscono stipendi da capogiro senza migliorare il sistema, lavorino e siano pagati per il lavoro che fanno e non per vivere sulle nostre spalle.

Dobbiamo chiedere a quei manager super pagati che hanno fatto fallire le nostre società (si veda il caso dell’Alitalia) che paghino il loro conto alla collettività e a chi ha rubato che restituisca i soldi!

Se veramente vogliamo cambiare dobbiamo riscrivere le regole  del gioco e investire nella scuola del futuro e formare una nuova classe dirigente.

Oggi più che mai dobbiamo domandarci che futuro vogliamo offrire ai nostri figli. Vogliamo che abbiano più opportunità o vogliamo che frequentino una scuola sempre più povera e dove ci sono sempre meno risorse? Se per loro vogliamo il meglio dobbiamo avere il coraggio di fare scelte dure e di opporci a un sistema ingiusto e obsoleto.

La scuola è un settore vitale della nostra società e fino ad oggi è stata pubblica e soprattutto aperta a tutti: ai ricchi, ai poveri, e agli immigrati. Insomma è stata aperta a chi aveva voglia di imparare e di costruire per sé e la comunità. Dalla scuola pubblica sono uscite le migliori menti italiane e soprattutto   statisti e politici che ci hanno consentito di essere uno dei paesi più industrializzati del mondo.

Ma rinvangare le glorie del passato non ci deve far occultare la crisi che viviamo al presente. Purtroppo oggi contiamo sempre di meno nel mondo e  attraversiamo una profonda fase di involuzione. La nostra scuola è considerata dall’OCSE una delle peggiori (siamo ventinovesimi su trentaquattro paesi).

E se vogliamo riprendere a crescere come paese non dobbiamo smantellare, come sta già avvenendo, il sistema scolastico pubblico per darlo magari in mano a privati senza scrupolo, ma dobbiamo investire più risorse nella scuola.

Con questo non vogliamo dire che in Italia non ci debba essere anche un sistema privato, ma questo non deve assolutamente crescere ai danni del pubblico. Sarebbe un errore, che faremmo pagare ai nostri figli e questo non deve accadere.

Se veramente vogliamo avere un futuro come paese, non possiamo permetterci il lusso di restare indietro rispetto agli altri paesi che spendono più di noi (la media OCSE è del 6,1% rispetto alla spesa italiana che è del 4,8%)  per rendere efficiente il sistema scolastico.

Investire nella scuola significa infatti mettere più risorse ed ammodernare il sistema pagando in maniera dignitosa il lavoro degli insegnanti (in l’Italia la spesa per il pagamento degli  stipendi agli insegnanti ha subito una contrazione dell’1%; nei paesi OCSE è cresciuta del 7%) e creando più servizi e strutture scolastiche adeguate, che spesso specie nelle realtà più depresse mancano. Investire nella scuola significa offrire ai giovani opportunità per il loro futuro e non chiudere invece le scuole come invece sta accadendo!

Investire nella scuola significa smetterla una volta per tutte con il “ditattichese” (che è utile nella giusta misura, ma quanto è troppo storpia!) e che tanto male ha fatto alla scuola italiana negli ultimi tempi e chiedere ai docenti e agli studenti più contenuti. Senza contenuti non c’è scuola e soprattutto non c’è cultura o scienza.

Come possiamo avere dei giovani all’altezza dei tempi se studiano sempre di meno e se si fa sempre meno storia, meno  geografia, meno latino, meno inglese,  meno matematica?  La scuola e la società si fonda sul sapere e dobbiamo offrire ai giovani nuove occasioni per approfondire le loro conoscenze e non ridurle in pillole, perché si illudano di sapere. Dobbiamo mettere al loro servizio insegnanti sempre più preparati e seri, più contenuti, e soprattutto dobbiamo offrire loro le occasioni giuste perché non si sentano respinti dal loro paese e non decidano di andarsene all’estero dove hanno più possibilità per esprimere la loro intelligenza e creatività!

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