Da 20 anni al servizio di Berlusconi: Romano di Marino, svela vicende inedite sul primo ministro

Arcore, la villa di Berlusconi

Romano di Marino, 48 anni, da 20 è al servizio di Silvio Berlusconi a Palazzo Grazioli. Per anni ha servito il premier e i suoi ospiti: ministri, parlamentari, capi di Stato, ballerine e showgirl. Con tutti adottava lo stile che gli è valso il soprannome di «Mummia» affibbiatogli dalle amiche del Presidente: modi regali e bocca cucita. Lui, che venne inserito da Ghedini tra i 28 testimoni citati nella memoria difensiva delle indagini su Ruby e che assieme ai camerieri, agli uomini della scorta, al dj, al medico curante e all’architetto del premier, certificò il suo disorientamento davanti al nome Ruby. Ruby? Ruby chi? «Il nome Ruby non mi dice nulla», disse. «Dovrei vederla per ricordare».

Ora però quella bocca non è più cucita. Il primo settembre Alfredo è stato sentito come testimone dai magistrati napoletani che indagano sul presunto ricatto ai danni del premier da parte di Gianpaolo Tarantini e Valter Lavitola, che chiedevano soldi in cambio del silenzio sul giro di escort. Alfredo racconta. E rivela come sono entrate a Palazzo Grazioli le schede telefoniche estere. Racconta di averle prese in mano egli stesso dalle mani di un collaboratore di Lavitola, Rafael Chavez. «Mi diede tre telefoni con schede argentine o panamensi, non ricordo, comunque ritengo fossero del paese dove si trovava Lavitola». Lavitola gli preannunciò che gli avrebbe inviato il suo collaboratore con utenze straniere: «Spiegò che era necessario che il presidente utilizzasse queste utenze per parlare con lui che si trovava all’estero».

Pezzotti prese in consegna i telefoni: «Circa due o tre giorni dopo, alla presenza del presidente Berlusconi, composi il numero di telefono dell’utenza straniera in uso a Lavitola e passai la comunicazione al presidente Berlusconi che iniziò a parlare con Lavitola». E’ la famosa telefonata del 24 agosto in cui Berlusconi consiglia all’ex direttore dell’Avanti di restare all’estero. Pezzotti è sicuro: «Il Presidente Berlusconi era a conoscenza dell’invio dei telefoni con schede sudamericane da parte del Lavitola. Per la verità mi apparve piuttosto seccato di questa modalità attraverso la quale doveva mettersi in contatto con Lavitola e, se non ricordo male, mi disse: “Ma guarda un po’, queste cose le fanno i mafiosi”… o qualcosa del genere».

Ma Pezzotti non è un semplice maggiordono, si occupa anche di mantenere i rapporti con i presunti ricattatori. Racconta di quando all’inizio del 2011 incontrò Nicla Tarantini, moglie di Gianpy: «Nel primo incontro a Roma mi consegnò una lettera in busta chiusa per darla a Berlusconi dove chiedeva un aiuto economico per il suo nucleo familiare e per le precarie condizioni di salute di una sua congiunta», spiega. «L’ho rivista a distanza di mesi quattro mesi. Mi chiese la cortesia di intercedere presso il presidente per ottenere aiuto di 5mila euro». Di nuovo un altro incontro a fine luglio: «Dissi a Nicla che a fine mese non era possibile prelevare 5mila euro in contanti dalla cassa perché non c’era più liquidità, poiché a fine mese i contanti finiscono».

Pezzotti sembra fare da filtro tra il premier e i «questuanti»: definisce Lavitola un «approfittatore» e spiega di non aver sempre avvertito Berlusconi dei rifiuti di pagamento, «evitandogli di avere eccessivi contatti con queste persone, che non sanno come comportarsi e se approfittano. Berlusconi stesso mi disse poi che avevo agito per il meglio». In fondo il maggiordomo Alfredo ha sempre voluto proteggere il suo padrone, mica ucciderlo. Siamo a Palazzo Grazioli, a casa del Presidente, mica in un’opera teatrale di serie B.

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