La difesa di Salvatore punta sull’animale che nelle ricerche scoprì le tracce di Melania a Colle San Marco

Salvatore Parolisi

Non solo ora della morte e Dna. Nelle carte che la difesa di Salvatore Parolisi gioca per demolire l’impianto accusatorio gli indizi che per due procure dovrebbero incastrare il caporal maggiore diventano dubbi e, in alcuni casi, anche prove a discolpa. A cominciare dai cani molecolari che hanno fiutato tracce della vittima a Colle San Marco, dai testimoni e dall’agonia di Melania Rea. Nella voluminosa memoria difensiva che Valter Biscotti e Nicodemo Gentile, i legali del caporalmaggiore in carcere con l’accusa di aver accoltellato la moglie, hanno presentato al tribunale del Riesame dell’Aquila (che ha respinto la richiesta di scarcerazione) si parla di «indagini a senso unico contro Parolisi».

Le due procure, Ascoli e Teramo, concordano sul fatto che quel 18 aprile Melania non sia mai stata a Colle San Marco. Una certezza che l’accusa trae dal fatto che nessuno dei tanti testimoni ascoltati ha detto di aver visto Salvatore, la moglie e la bambina sul pianoro tra le 14.20 e le 15.20. In particolare nessuno li ha visti vicino alle altalene, da dove secondo Parolisi la moglie è sparita. «Non ricordare di aver visto qualcuno», scrivono i legali, «non equivale a dimostrare che quel qualcuno non era presente in un certo posto. Il non ricordo non può in alcun modo assurgere a parametro di prova, tantomeno ove la circostanza da provare sia, come nel caso in esame, l’assenza di una persona».

I legali sottolineano come nei primissimi momenti della scomparsa della donna i cani molecolari abbiano fiutato la presenza di Melania a Colle San Marco. «L’animale non solo ha fiutato le tracce di Carmela Rea», si legge a pagina 53 della memoria, «mai si è diretto senza esitazioni verso il percorso indicato da Parolisi, indugiando in prossimità del monumento ai Martiri della Resistenza e addendrandosi per un sentiero impervio. L’odore della donna è stato prelevato da alcune sue scarpe, dal rimmel e dal lucidalabbra prelevati direttamente nell’abitazione rispettando tutte le procedure per evitare ogni rischio di contaminazione». Un percorso che sarebbe stato fatto più volte e sempre con lo stesso esito.

Se Parolisi fosse l’assassino, sostengono i suoi legali, non è sostenibile l’ipotesi che possa aver lasciato la moglie agonizzante (quindi non ancora morta) con il rischio che qualcuno potesse soccorrerla, salvarla e quindi farla diventare una testimone. «La logica e il comune buon senso», scrivono a pagina 87, «insegnano che uno spietato assassino, soprattutto ove sia riconoscibile dalla vittima, non l’abbandona mai agonizzante ma si accerta che sia morta».

C’è un buco nella mattinata del 19 aprile: è quello che secondo gli investigatori avrebbe consentito a Parolisi di tornare a Ripe per depistare le indagini infliggendo segni sul cadavere della moglie. Ma a quell’ora, seostengono i legali, Parolisi era al telefono con Ludovica, la sua amante, in una zona di Folignano. E questo è stato accertato dai tabulati telefonici. Dopo la chiamata Parolisi è andato nella caserma di Ascoli. Da quel momento è non è più stato solo.

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