Nella terra liberata dai Talebani, come in Iraq, la sfida del dopo 11/9 continua: ma il prezzo da pagare è alto

cos'è cambiato in Afghanistan?

Doveva essere un colpo mortale alla potenza, al prestigio, alla tenuta morale dell’America, invece l’attacco dell’11 settembre 2001 ha prodotto un contraccolpo di orgoglio e condanna morale che, pur tra tanti misteri, ha confermato che l’America rimane una nazione solida che sa rialzarsi. I terroristi hanno mancato il loro obiettivo più per le riserve morali della popolazione americana che non per l’efficacia della reazione strategico-militare messa in atto dalla politica e dai militari.

L’intensa elaborazione mediatica e pubblica del lutto dell’11 settembre che osserviamo in questi giorni nasconde a mala pena la permanenza di un trauma profondo. Lo si è visto qualche settimana fa, in occasione del terremoto nell’area newyorkese che ha suscitato immediatamente in tutti l’associazione con l’attentato alle Torri Gemelle. Una reazione istintiva anche se controllata. Come se gli americani si sentissero pronti ad affrontare una nuova prova. È un segno straordinario ma insieme sintomatico del fatto che gli americani hanno interiorizzato la sfiducia che si possa prevenire il terrorismo con misure militari.

L’11 settembre ha alterato in modo irreversibile il tradizionale rapporto tra potenza e sicurezza – sul piano psicologico e morale prima ancora che sul quello materiale; nella percezione soggettiva collettiva prima ancora che sul piano della effettiva sicurezza militare. È stata ferita l’intimità della nazione americana. Non è stata una seconda Pearl Harbor. Quella del 1941 fu una brutale azione di guerra convenzionale, anche se proditoria, quella dell’11 settembre è stata un’azione di guerra contro la società civile, condotta nel cuore di una grande metropoli. È stato lo smascheramento del terrorismo come guerra che è «ascesa al suo estremo», per usare una espressione di Clausewitz, l’autore classico della guerra moderna di annientamento che pure non poteva immaginare questo tipo di «estremo». Il terrorismo coincide con l’annientamento degli inermi in quanto tali: non ci sono più inermi innocenti. Nella guerra del terrore nessuno più è innocente. Questa è la rivelazione dell’11 settembre.

Siamo davanti ad una alterazione radicale della razionalità e moralità della guerra, così come sono state intese dall’Occidente liberale e democratico – non solo dall’America. Ma proprio di fronte a questa alterazione l’Occidente è in difficoltà sia piano concettuale che soprattutto su quello strategico-operativo: nella fase iniziale che l’ha visto diviso sulle iniziative militari di Bush, ma anche nella fase solidale successiva. Al di là delle teorizzazioni filosofiche, ideologiche o politiche della lotta al terrorismo, l’unica idea che può godere pienamente del consenso dell’opinione pubblica è quella di «guerra giusta». Non una immediata reazione di vendetta o una risposta a muso duro al cosiddetto «scontro di civiltà». Ma il concetto di «guerra giusta» è tutt’altro che semplice perché essa deve «combattere un nemico» e contemporaneamente «punire un criminale». Come si conciliano i due aspetti? Ha tentato di spiegarlo il presidente degli Stati Uniti d’America, Barack Obama, a pochi mesi della sua elezione, nel suo discorso pronunciato ad Oslo nel 2009 ricevendo il premio Nobel per la pace.

I toni del discorso erano nobilmente ispirati, ma molto controllati a proposito delle guerre in corso, ereditate da Bush. Obama infatti si è limitato a dire che mentre la guerra in Iraq «stava per finire», quella contro il terrorismo proseguiva, perché si tratta di «un conflitto nel quale a noi si sono uniti molti altri paesi nel tentativo di difendere la nostra nazione e tutte le altre da ulteriori attentati». Come si vede, il presidente americano senza incertezze definisce la lotta al terrorismo come una «guerra di difesa» che è la precondizione per qualificarla come «guerra giusta». Questo antico concetto sin dalla sua originaria formulazione «suggerisce che la guerra è giustificabile soltanto quando rispetta alcuni requisiti: se ad essa si ricorre per difendersi e in ultima istanza, se la forza utilizzata è proporzionale e se – ogniqualvolta è possibile – i civili sono risparmiati dalle violenze». In altre parole, non si risponde al terrore con altro terrore.

Alla «guerra santa» si risponde con la «guerra giusta» in particolare con azioni proporzionate che risparmiano civili e popolazioni inermi. Naturalmente ad Obama sta a cuore anche l’obiettivo della «pace giusta» che non comporta soltanto la restaurazione dei diritti politici e civili, ma include sicurezza economica e progresso sociale. Non è il caso qui di sottoporre ad un esame critico il discorso di Oslo che appartiene ancora al momento magico delle grandi aspettative sollevata dal neopresidente. Ma è significativo che esso non annunci alcuna discontinuità strategica. Così a dieci anni dall’attacco alle Torre Gemelle «la guerra al terrorismo» prosegue sanguinosamente senza risultati risolutivi (l’eliminazione di bin Laden nel maggio 2011 per quanto simbolicamente gratificante, non è stata certo decisiva). Ci sono stati recentemente cambiamenti ai vertici militari senza che ad essi abbia corrisposto un sostanziale mutamento di strategia, che non sia quello del graduale ritiro, presentato naturalmente come se la «missione di pacificazione» fosse compiuta.

Ma ha senso continuare a parlare di «guerra al terrorismo» tout court per giustificare la politica inconcludente, se non fallimentare, applicata in Afghanistan? Quando i soldati occidentali – americani ed europei, indistintamente – a dieci anni dall’attentato di New York cadono in Iraq o in Afghanistan vittime di agguati, di attacchi suicidi o di ordigni che esplodono sotto i loro mezzi, i giornali e i media sono tentati di qualificarli senz’altro come opera di «terroristi». Limitarsi a parlare di «guerriglia», di «ribelli», di «insorti» o di «talebani» (in Afghanistan) sembra sminuire in qualche modo il senso del sacrificio dei militari. All’opinione pubblica occidentale la guerra condotta dai suoi soldati viene così inerzialmente presentata come prosecuzione della lotta contro il terrorismo, quasi per godere della legittimazione che risale all’11 settembre. Invece la situazione è radicalmente mutata.

Le azioni terroristiche quali si esprimono oggi sul terreno in Afghanistan o in Iraq non sono omologhe a quello dell’11 settembre – e non si vincono con la strategia militare messa in campo. La vera sfida da vincere è la conquista della fiducia della popolazione. E ciò può avvenire non con un atteggiamento missionario (per quanto soggettivamente sincero e generoso) ma con il riconoscimento dei valori della cultura e della civiltà, oltre che degli interessi materiali della popolazione sulla quale – per convinzione o per coercizione – i terroristi locali esercitano la loro influenza. Parlare di «irrazionalità strategica» degli occidentali – come fanno gli analisti militari – è insufficiente. Siamo davanti ad una alterazione radicale della razionalità e moralità della guerra, aperta dall’11 settembre di dieci anni fa, che nessuna soluzione militare può ricomporre senza un profondo ripensamento politico, culturale e civile dell’Occidente

Dieci anni dopo, in Afghanistan, la vita continua. in quello che resta uno dei paesi chiave nella strategia di lotta al terrorismo concepita dopo l’11 settembre, le cose cambiate sono però molte. Dieci anni fa non ci sarebbe stato spazio per Robina Jalali, la prima atleta afghana ammessa alle Olimpiadi, dopo la caduta dei talebani.

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