Il Premier potrebbe aggredire verbalmente il pm e starebbe lavorando con Ghedini a un memoriale

Silvio Berlusconi

Berlusconi va in Europa per schivare i pm, questo è sicuro.

Le dimissioni del consigliere Bce Stark, che sarebbero la scusa del viaggio, sono intervenute quando lui aveva già chiesto a Barroso di incontrarlo a Strasburgo proprio martedì, in modo da poter dire ai pm napoletani: non ho il dono dell’ubiquità, la crisi ha precedenza. Uno strano mutismo del suo entourage accompagna la mossa, forse perché pure la lealtà ha un limite.

Però qualcosa filtra. Silvio cerca di guadagnare tempo perché spera di trovare un codicillo giuridico che gli consenta di scansare per sempre certe domande. L’avvocato Ghedini pare stia valutando se il suo cliente potrà negarsi all’interrogatorio in quanto già imputato a Milano di reato connesso: sarà Ruby, non sarà la D’Addario, ma sempre di «bunga-bunga» si tratta…

Vorrebbe cavarsela, il Cavaliere, con un memoriale. Qualche pagina per illustrare ai pm la sua verità: da Tarantini niente ricatto, l’aiuto da 850 mila euro fu generoso e spontaneo. Più della minaccia di manette seduta stante, casomai gli si allungasse il naso, Silvio teme se stesso, quello che potrebbe uscire dalla sua bocca quando si trovasse davanti Woodcock. Potrebbe aggredire verbalmente il pm anglo-partenopeo, rinfacciargli le fughe di notizie, sebbene alcuni dei suoi strateghi l’abbiano messo in guardia: nemmeno i magistrati hanno un controllo pieno e totale, il segreto istruttorio a Napoli è un colabrodo, nessuno ferma più la pioggia di indiscrezioni.

Comprese quelle più devastanti, i cui echi sono giunti perfino sul Colle più alto, dove i consiglieri quirinalizi tremano al pensiero di come reagirebbe la Merkel, se davvero il premier avesse detto su di lei quanto viene riportato dal «Fatto quotidiano» e a Berlino stanno già traducendo in tedesco, sebbene il gossip sia irriferibile. Da mettersi le mani nei capelli: proprio mentre la Cancelliera si sta battendo per aiutare l’Italia, ecco che da Roma la centra un insulto goliardico…

E qui scatta la grande paura del clan berlusconiano: il viaggio in Europa, concepito per evitare le domande su Tarantini, rischia di diventare un boomerang. L’incontro con Barroso avrà luogo al Parlamento europeo quel giorno particolarmente affollato, poiché il gruppo socialista designerà a futuro presidente dell’Assemblea una vecchia conoscenza di Silvio, quello Schulz al quale il Cavaliere aveva dato del «kapò». Anche se il cerimoniale eviterà al premier un passaggio in Aula, facile immaginare che transitando in un’adunata di socialisti l’accoglienza sarà memorabile. L’incidente è garantito al limone.

Il meno preoccupato di tutti dicono sia lui. A chi è andato a trovarlo ieri (a parte Letta e Ghedini) non ha fatto che ripetere con tono di chi conosce l’Italia: «Le intercettazioni? Bah… La gente ormai è assuefatta, faranno rumore un giorno tutt’al più».

A fare un passo indietro non pensa neanche, addirittura ha presieduto una riunione di partito sulle modalità di svolgimento dei congressi comunali e provinciali, roba da pisolino e invece lui nemmeno uno sbadiglio. Proclami affidati alla trasmissione di Vespa: «Siamo sicuri che resteremo fino a fine legislatura, come è logico che sia». Non va scambiata per boutade, lui lo pensa sul serio. Gli hanno riferito che qualche altro «responsabile» potrebbe passare in maggioranza, così Berlusconi pensa che (a parte i fastidi giudiziari) tutto proceda a gonfie vele.

E’ il solo a vedere rosa. Chi gli sta intorno, si sente all’ultimo atto della commedia. Secondo Osvaldo Napoli, che assorbe gli umori del centrodestra, «era tutto calcolato, si sapeva che l’assalto giudiziario sarebbe ripartito dopo le vacanze». Nessuno avrebbe immaginato il leader a contatto con certa gente, dire certe altre cose al telefono, addirittura pensarle. Un generale della vecchia guardia si sfoga in privato: «Di questo passo, Berlusconi va incontro alla rivolta, la rivolta del disgusto. Parlamentari che nemmeno si presentano a votare, e il governo va sotto su qualche legge importante, pur di girare pagina».

Guarda caso, l’astuto Casini tende la mano, «disponibile a concordare l’agenda di fine legislatura» a patto che il Cav si ritiri. Un paracadute per il gruppo dirigente Pdl. Dove c’è chi pensa di mandare Casini per premio tra due anni sul Colle più alto.

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