La morte di Osama ha fatto esultare gli Usa. Il capo di Al Qaeda non c’è più, ora è nel mirino di Hollywood

una caricatura di Bin Laden

«Osama Bin Laden è stato ucciso». L’annuncio arriva dirompente, come un fulmine che squarcia il cielo. Dopo dieci anni di ricerche e inseguimenti in molti, forse, non si aspettavano più di sentire questa notizia. Tante volte lo “sceicco del terrore” era stato dato per morto. Ogni volta il fondatore di Al Qaeda era prontamente ricomparso dal nulla, mostrandosi in uno dei suoi numerosi videomessaggi contro l’America, Israele, l’Occidente. È la notte del 2 maggio quando i Navy Seals americani irrompono nel covo di Abbottabad, vicino a Islamabad, in Pakistan, aprono il fuoco su Bin Laden, lo uccidono. Il suo corpo viene buttato nel mare.

Dopo quasi dieci anni dall’attentato che ha cambiato il mondo, l’America esulta, si riversa nelle strade nel cuore della notte cantando l’inno nazionale, sventolando la bandiera a stelle e strisce, improvvisando festeggiamenti euforici più appropriati alla vittoria di un Super Bowl (la finale del campionato di football) che all’uccisione del leader di Al Qaeda. Come se la scomparsa di Bin Laden porti con sé l’illusione catartica che, di colpo, anche il terrorismo sia sparito.

Dopo l’attentato dell’11 settembre, Osama era diventato il prototipo del nemico perfetto, il simbolo del male assoluto nella visione manichea, radicata in modo particolare nella cultura americana, della contrapposizione netta tra bene e male.

Il “principe del terrore” – complici anche le sue apparizioni virtuali in video da luoghi indefiniti – si era trasformato da persona, terrorista in carne e ossa, a personaggio simbolico, penetrando nell’immaginario collettivo, nel linguaggio comune. E anche nel cinema: nel 2012 è atteso il film della regista Kathryn Bigelow – Premio Oscar nel 2009 – e dello sceneggiatore Mark Boal che ricostruisce la caccia a Bin Laden fino alla sua uccisione. Un progetto al quale i due stavano già lavorando da anni e che non ha mancato di suscitare polemiche.

Nel 2008 Morgan Spurlock si era messo sulle sue tracce nel documentario Che fine ha fatto Osama Bin Laden? Un anno fa, invece, il regista indiano Abhishek Sharma ha scelto la chiave dell’ironia, mettendo in scena nel suo Tere Bin Laden le vicende paradossali di un giornalista pakistano che cerca il modo di emigrare negli Stati Uniti e pensa di averlo trovato quando incontra un allevatore di galli sosia di Osama. Una commedia di Bollywood, certo, ma anche una riflessione sul sistema di fobie costruite negli anni intorno allo “sceicco del terrore”.

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