Parla Hisham Buhajar, l’uomo che bracca l’ex raìs in fuga dai ribelli: “è in trappola, è questione di giorni”

Muammar Gheddafi

Non sa come farsi chiamare. «Diciamo il Coordinatore della Sicurezza…?». Troppo poco. Entra veloce nell’atrio del palazzo tutto marmo bianco e nero del Comitato Popolare Generale della Libia di Gheddafi, che ora è la sede del Cnt, il governo provvisorio. Si chiama Hisham Buhajar, 47 anni, famiglia nota a Tripoli, ricchi commercianti in oro e tappeti. Meno noto è l’incarico di Buhajar. Se Gheddafi è il Topo, lui è il primo Gatto di Libia. Quello che gli dà la caccia, lo segue, sa dove si nasconde. «Lo prenderemo al momento giusto. E lo prenderemo noi, senza l’aiuto della Nato. Non so quando, ma il momento verrà».

Al primo piano – racconta Giovanni Cerruti, inviato in Libia del Corriere della Sera – lo sta aspettando Mahammoud Jibril, il premier appena arrivato nel suo nuovo ufficio. Buhajar lo deve aggiornare sulle ultime notizie dal deserto, su Gheddafi. «Ho appena dieci minuti – dice – mettiamoci in quella sala». La stessa dove, tra due ore, Jibril terrà la sua conferenza stampa. «Alcune città del sud sono ancora assediate dai lealisti, ma noi dobbiamo restare uniti. Quando sarà finita allora potranno iniziare i giochi della politica. Ma la battaglia non è ancora finita…». Non c’era Buhajar, alla conferenza stampa. Era già all’aeroporto di Mitiga, ad incrociare informazioni con il Comando Militare. «Siamo riusciti ad intercettare i telefoni delle persone che sono in contatto con Gheddafi, personaggi del suo cerchio più ristretto» comincia a raccontare su un divano rosso come il salone. Ha la barba corta e grigia, i modi gentili, inglese perfetto, voce calma, un borsone con il computer, cartine del deserto, dossier con informazioni aggiornate ogni due ore, la mimetica stropicciata, la pistola sulla sinistra. «L’ultima prova sicura l’abbiamo avuta poche ore fa. Era parecchi chilometri sotto le oasi di Sheba. Abbiamo motivi per ritenere che stia negoziando con il Niger. Ma appena si muove lo veniamo a sapere»

Al mezzogiorno il portavoce di Abdal Hakim Belhaj, il Comandante Militare di Tripoli, aveva confermato: «Gheddafi si muove molto rapidamente, ma lo stiamo seguendo con sofisticati apparati tecnici e informazioni in diretta dal posto. Il tempo dell’operazione finale non è ancora deciso. Possono essere ore, o giorni, o di più». E’ ancora nella zona di Ghwat, un migliaio di km da Tripoli. «Per raggiungerlo – dice alle quattro del pomeriggio Buhajar – ci potremmo mettere da quattro a sei ore. In elicottero». E «con una unità delle Forze Speciali». Un piano già pronto, lascia intendere Buhajar. Nella notte l’ultima telefonata di Gheddafi alla tv libica «Al Rai» non aveva turbato il palazzo del governo provvisorio.

«E’ in atto una guerra psicologica, non sono fuggito in Niger, sono menzogne». Il Raìs, fa sapere Quassem Azzuz, governatore della Banca Centrale, avrebbe con sè parte delle 29 tonnellate di oro rivendute per un miliardo di dollari, sparite dai caveaux di Tripoli e Bengasi da febbraio. Danaro per ingaggiare mercenari, organizzare un’improbabile guerriglia. Potrebbe avere armi chimiche, lanciarazzi e napalm. Buhajar sorride calmo.

«Siamo in contatto con la tribù Ulad Sclejman, «I figli di Solimano», sono loro che controllano quella terra di nessuno. E di ogni movimento visibile di Gheddafi noi ne veniamo a conoscenza». Ne parla proprio come un gatto che sa di aver messo in trappola il suo topo. Più si muove e più si restringe il suo raggio d’azione. Il deserto dei Figli di Solimano, dice Buhajar, è troppo lontano per un intervento degli aerei Nato. «Partono dall’Italia, e tra andata e ritorno dovrebbero fare più di 3 mila km, significa un doppio rifornimento. Potrebbe essere un’opzione, ma a parte le difficoltà logistiche a noi non andrebbe bene».

Perchè Gheddafi lo vogliono prendere loro. «Nel posto giusto e al momento giusto noi ci saremo – dice – Non possiamo andare con mezzi pesanti, ci muoveremmo troppo lentamente. Toccherà alle nostre Forze Speciali». Quelle che, all’aeroporto militare di Mitiga, aspettano l’ordine dal Comandante Belhaj. E c’era agitazione, ieri in quel Quartier Generale, tra barbe, divise e kalashnikov. Avevano appena arrestato «due grossi personaggi», interrogatori in corso, informazioni da girare in tempo reale a Buhajar. Perchè come dice il premier Jibril, la cattura di Gheddafi «resta ancora la più grande delle sfide».

Dieci minuti con Buhajar vanno via in fretta. Sale al primo piano per la sua riunione e poi via, dal comandante Belhaj che sta seguendo da lontano le trattative per la liberazione di Bani Walid e Sirte. Non si sono ancora arresi, i lealisti. Da Bani Walid hanno lanciato dieci missili Grad contro i ribelli, finiti nel deserto a Wadi Dinar, a 20 km dalla città, dove sono pronti i carri armati conquistati alla 32^Brigata in fuga. A Sirte l’ultimatum dovrebbe scadere domani. Probabile che venga allungato di qualche giorno, come a Bani Walid.

«Siamo pronti ad intensificare gli attacchi contro la banda di cani, la Nato sarà sconfitta», è la voce dal deserto di Gheddafi. Hisham Buhajar ne aveva sorriso, il premier Jibril meno: e quasi riconosce che il fantasma di Gheddafi sta diventando il problema, l’incubo della Libia che deve rialzarsi. Vincere la più grande delle sfide, allora: prenderlo, per evitare che la politica scopra le proprie divisioni tra partiti, clan, tribù, islamisti o vecchi amici di Gheddafi. «Se scopriamo di non essere sulla stessa lunghezza d’onda sono pronto alle dimissioni», avvisa. La cattura del Topo metterebbe tutti d’accordo. E tocca al Gatto Buhajar. «Lo prenderemo, sono sicuro, il momento giusto verrà…».

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