Delitto Meredith, l’accusata rivede “la luce”: “ora mi credono, voglio tornare a casa per il Ringraziamento”

Amanda Knox

Amanda Knox ci ha sempre creduto, nonostante le accuse, le prove, l’odio della città e la solitudine del carcere. Per la giustizia italiana è ancora un’assassina, ma in Corte d’Appello qualcosa sull’omicidio di Meredith Kercher è cambiato e la giovane americana è tornata a sperare. “Ora i giudici non mi odiano più, ho qualcuno che mi ascolta senza lo sguardo greve dell’accusa”, racconta a “Il Messaggero” attraverso il suo legale.

Il presidente della giuria d’appello, Pratillo Hellmann, ha detto basta al furore dell’accusa, chiudendo alla possibilità di continuare a passare al setaccio l’infinitesimale Dna con cui l’ufficio del pm Comodi vorrebbe inchiodare Amanda del delitto.

Sui reperti, dunque, non verrà effettuata una terza perizia. Alla Corte basta quanto stabilito finora dagli esami della scientifica e dai periti nominati proprio da Hellmann. Partendo dagli stessi elementi investigativi, le due analisi arrivano però a due testi opposte. Per la polizia scientifica sul gancetto del reggiseno di Meredith c’era il Dna di Raffaele Sollecito e sul coltello usato (forse) per il delitto c’era quello di Amanda. Diversa invece la realtà raccontata dai periti nominati dalla Corte: quel Dna non può essere attribuito a nessuno perché è così poco che potrebbe essere di chiunque.

“Durante il processo di primo grado avevo paura di entrare in quel banco, sentivo tutti ostili, sentivo che quando parlavo e piangevo, quando cercavo di spiegare che non c’ero quella notte e in quella casa, tutti facevano spallucce, tutti sorridevano beffardi. Adesso tutto è cambiato”, ha raccontato Amanda.

“Il mio grandissimo segreto? Lo dico sottovoce perché ancora non ci credo, perché ancora ho paura che tutto possa cambiare all’ultimo momento, che qualcuno possa dire: guilty, colpevole – continua la giovane americana -. Ho sempre creduto di riuscire a far emergere la verità, ho sempre creduto di poter uscire da quel carcere in cui la mia vita si è congelata. Uscire e tornare subito a Seattle”.

Poi qualche dettaglio su chi, insieme a lei, sta vivendo questo processo nelle vesti dell’assassino e sull’amore dietro le sbarre. “Raffaele? Gli voglio bene, lui mi è sempre stato vicino, in ogni momento ho potuto contare sul suo affetto, questo è molto bello – spiega Amanda -. Amore? no, non più. Non ho più nessuno, il carcere ti azzera, ti annienta l’anima e anche gli affetti. C’era David, un fotografo, ma non c’è più. Il film su di me? Non voglio parlarne, fa parte dell’odio che voglio sconfiggere”.

“Solo pochi capiscono che Meredith era mia amica, io le volevo bene, non avrei mai potuto farle del male – prosegue -. Mi dispiace Per patrick Lumumba, non ho capito cosa mi sia preso, avevo paura, ero disorientata: è vero, ho mentito, ma non ricordo perché. Rudy invece non racconta la verità, lui sa cosa è successo, ma non l’ha mai voluto dire davvvero”.

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